Roberta Vanin, 43 anni, erborista. Uccisa con 63 coltellate dall’ex fidanzato

Spinea (Venezia) 6 luglio 2010
Roberta aveva una nuova vita, un nuovo amore. Ma lui, Andrea, il suo ex fidanzato, non poteva accettarlo. La pressava, la minacciava. “Denuncialo!” dicevano le amiche a Roberta. Ma lei rispondeva “Non posso, gli voglio ancora bene”.
Stava lavorando nel suo negozio di prodotti biologici, quando Andrea è entrato e ha iniziato nuovamente a pressarla. Lei ha preso il telefono, ha chiesto aiuto ai genitori, ma non hanno fatto in tempo. Lui ha preso un coltello e ha iniziato a colpirla, così violentemente che il coltello si è rotto. Allora ne ha preso un altro, e l’ha spappolata di colpi.

 

Clipboard01Andrea Donaglio, 47 anni, professore di chimica. Condannato a 16 anni

 

 

 

 

 

 

Titoli & Articoli

Corriere del Veneto
L’ultima telefonata di Roberta «Venite, Andrea non è in sé» – Ricostruita la dinamica. L’omicida sedato e interrogato in ospedale. Le famiglie si parlano: «Perdonateci». «Non è colpa vostra»
«La vittima chieda aiuto subito e tenga il diario delle aggressioni»
«Roberta era già stata minacciata ma non voleva denunciarlo»
Il telefono in casa Donaglio è squillato intorno all’una e mezza di martedì pomeriggio. «Pronto?», ha risposto Roberto, il capo famiglia. Dall’altro capo del filo la voce agitatissima di Roberta Vanin: «Venite qui, correte, Andrea non è in sè. Sta esagerando, questa volta sta andando oltre. Questo non è uno dei suoi soliti sfoghi lavorativi». Al fianco della 43enne titolare del negozio «Bio Vita» di Spinea c’era Andrea Donaglio, il suo ex fidanzato di 47 anni, e forse è stata proprio l’umiliazione di quella telefonata ai suoi genitori, la causa scatenante del raptus omicida.
La ricostruzione, il giorno dopo il delitto, è chiarita in ogni dettaglio. Lui si avvicina davanti al bancone al centro del negozio. Si gira, prende il coltello che veniva usato per tagliare il pane e la colpisce. Cinquanta coltellate, al collo, all’addome, alla schiena. Lei cerca di difendersi, gli agenti troveranno numerosi tagli e ferite sulle sue braccia. Ma la foga è tale che la lama del primo coltello si spezza. Donaglio allora ne prende un secondo, con cui colpisce ancora. Solo quando la vede a terra, ormai senza vita, prende coscienza di quello che ha fatto. Si ritira nello sgabuzzino del negozio e lì rivolge la lama verso se stesso, lasciando macchie di sangue dappertutto. Poi esce e si sdraia accanto a lei per infliggersi l’ultimo colpo e morirle vicino. Si lesiona il fegato, ma il cuore continua a battere e rimane lì, steso accanto a Roberta.
E così diventa troppo tardi. Troppo tardi per la telefonata di Roberta, in cui c’era tutta l’angoscia per una situazione che non riusciva più a gestire. «Mamma ho tanta paura», diceva da due settimane,ma non riusciva ad ascoltare le amiche che le consigliavano di denunciarlo. «Gli voglio ancora bene», diceva.
Troppo tardi anche per la corsa in bicicletta del padre di Andrea. Quando arriva in negozio trova i corpi distesi a terra. Roberta è con gli occhi sbarrati in un lago di sangue; il figlio è vivo, con ancora il coltello in mano. Lo scuote, poi prova con Roberta, quindi esce dal negozio un attimo, mentre parla con i carabinieri. Andrea si colpisce ancora, ma nemmeno quel fendente è mortale.
L’ha uccisa perchè non sopportava di perderla. Non accettava che si fosse rifatta una vita. Che avesse un nuovo amore, Federico. L’ha detto martedì sera Andrea stesso, nell’interrogatorio di circa mezz’ora reso al pmMassimo Michelozzi e ai carabinieri del capitano Salvino Macli, dal letto dell’ospedale di Mirano in cui è ricoverato in prognosi riservata.
Una confessione piena, in cui ha chiarito i motivi del suo gesto tremendo. E’ accusato di omicidio volontario. Sulla premeditazione dovrà decidere il pm, ma la dinamica sembrerebbe confermare il reato d’impeto: basti pensare al fatto che ha usato dei coltelli presi in negozio. Oggi pomeriggio si terrà l’autopsia sul cadavere di Roberta.
Ora Andrea si trova in stato di fermo e la sua camera è piantonata dai carabinieri. E’ sotto sedativi, i medici scioglieranno la prognosi solo domani, ma è fuori pericolo. «L’abbiamo visto solo oggi (ieri, ndr) pomeriggio – spiega Christian Donaglio, 41 anni, fratello minore di Andrea – non ho messo il dito nella piaga. Lui parla poco dell’accaduto, dice che non si ricorda bene.
Negli ultimi tempi stava molto male, ma non avrei mai pensato ad una cosa del genere. Sapevo che era depressoma parlava di Roberta mettendola su un piedistallo. Non avrei mai potuto prevederlo ». «E’ provato, un uomo distrutto », dice il suo avvocato Isabella Fiorio. Anna Favero, la madre di Andrea, ha chiamato due volte Gina Casarin. Non riesce a trovare pace. Cerca disperatamente di chiedere perdono per il figlio. Per le due famiglie rovinate. Per il futuro che non c’è più.
«Che colpa ne ha lei? – dice la mamma di Roberta, tra le lacrime – e anche lui, l’ho già perdonato. La sua vita sarà distrutta comunque. Non quanto la mia, però. Me l’ha portata via. Lei non c’è più».
di Alice D’Este


La Nuova Venezia

Spinea, delitto Vanin. La madre: «Disgustata dalla giustizia»
«Come mi sento? Disgustata, non ho più fiducia nei tribunali». Gina Casarin, la mamma di Roberta Vanin uccisa a coltellate il 6 luglio 2010 nel suo negozio di prodotti biologici a Spinea, parla dopo la condanna di Andrea Donaglio a 16 anni di carcere
Il dolore, l’amarezza, quel senso di giustizia negata hanno il volto di Gina Casarin, la mamma di Roberta Vanin, uccisa a coltellate il 6 luglio 2010 nel suo negozio di prodotti biologici in via Roma. Il giorno dopo la sentenza che ha condannato l’assassino, Andrea Donaglio, a 16 anni di carcere, Gina trova la forza non solo per parlare, ma anche per mettere da parte ogni sentimento di rancore. Come un anno e mezzo fa. Mercoledì, in tribunale, alla lettura della sentenza, è rimasta in silenzio, mentre il cuore traboccava di delusione mista a dolore. La notte scorsa confessa di non aver chiuso occhio.
«In quell’aula non sapevo cosa dire – ammette – non mi sento più di dire nulla, ho perso fiducia in questa giustizia. Avesse fatto qualcosa, Roberta, allora capirei. Ma lei era troppo buona, non avrebbe mai fatto male a nessuno. Invece si è presa 63 coltellate e chi l’ha scannata sarà fuori tra pochi anni».
Gina non sa cosa succederà adesso: «Abbiamo degli avvocati, faranno il loro lavoro. Io so solo che più passa il tempo più le cose peggiorano ed è una tortura continua». Gina si riferisce soprattutto al processo che l’ha messa più volte di fronte al dolore, senza mai avere una risposta a quanto accaduto un anno e mezzo fa. La più dura è stata pochi giorni fa, quando Gina confessa di aver visto per la prima volta le foto della scena del delitto, il corpo di Roberta martoriato, steso a terra in quel negozio. «Non volevo guardarle, non ho voluto alzare gli occhi – piange – poi ho ceduto. Se volevo vederle avrei potuto farlo molto prima, le ho anche a casa quelle foto, ma restano chiuse in una cartella».
Con la sentenza alle porte invece Gina ha trovato il coraggio di aprire occhi e cartella, svelando quegli scatti. L’ha fatto, forse, aspettandosi una pena lieve, quasi a voler giustificare la rabbia che un simile verdetto avrebbe potuto provocarle. «La mano perforata dalla lama, il suo corpo scannato, i fendenti sul fegato e i polmoni – descrive – 63 colpi e solo 16 anni».
Eppure in questo vortice di frustrazione e sofferenza trova ancora spazio un sentimento di pietà per Donaglio e la sua famiglia. «Ho parlato e parlo tutt’ora con sua madre – confida Gina – ma c’è stato un momento in cui mi sono molto arrabbiata. Ci siamo incrociate nel corridoio del tribunale e lei mi ha detto: speriamo che vada bene per noi e per voi. Le ho risposto: sì, però io Roberta non ce l’ho più, voi con Andrea potete ancora parlare».
E’ questo il volto del dolore di mamma Gina: la mancanza di Roberta, strappata dal mondo nel momento in cui era arrivata a chiedere aiuto proprio ai genitori, per difendersi da quell’uomo diventato sempre più pressante. «Più passa il tempo, più è difficile accettare tutto questo, la tragedia e la sentenza – afferma poi Gina abbassando lo sguardo – passo le notti in bianco e piango perché so che nessuno mi restituirà più mia figlia».
di Filippo De Gaspari

 

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