Orsola Serra, 50 anni, insegnante. Viene accusato l’amante che però continua a professarsi innocente

orsolAlghero (Sassari), 23 ottobre 2011.
Orsola viene ritrovata nel suo letto, con una corda vicino al collo. Il suo amante inizialmente nega anche di essere l’ amante.

 

 

 

calviaAlessandro Calvia, 43 anni. Si difende affermando che all’ora della morte di Orsola lui era con la fidanzata. Ammette di avere rapporti sessuali anche con Orsola, ma niente di serio. Poi accusa l’ex fidanzato della donna ed invia una lettera in cui accusa Ettore Serra, il padre di Orsola, di violenze sessuali. Condannato a 24 anni (13 marzo 2013) confermati in appello (25 ottobre 2014), e ad ulteriori due anni di reclusione per calunnia verso Ettore Serra che chiede solo 1 euro come risarcimento. Alessandro Calvia continua a dichiararsi innocente.

 

 

 

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La foto di Orsola Serra
“Alle immagini pensava Franco Lefevre. Gli chiedevi se aveva la foto di un marziano con le doppie punte e lui borbottava: e che problema c’è? Poi te la trovava sul serio, magari di una marziana, meglio se in topless”.
Paola Zanuttini ricostruisce anche così, nell’ultimo numero del Venerdì, i 25 anni del settimanale di Repubblica. Anche lei maschilista, come tutti i giornalisti o quasi. Qualsiasi pretesto va bene per mettere una tetta in prima pagina, pensando forse di vendere una copia in più. Io penso che le tette non portino più copie, se mai le hanno portate in passato. Penso che le portino le notizie. E che le tette, per rispetto della metà dei nostri lettori, andrebbero pubblicate solo quando sono parte integrante di una notizia. Altri la pensano in altro modo.
Il caso è esploso online a causa della foto rimasta per alcune ore sul sito della Nuova Sardegna a supporto dell’articolo sull’udienza in tribunale per l’omicidio di Orsola Serra. Era una delle foto scelte dall’insegnante di Alghero per la propria pagina su facebook. Prima della sua morte quella foto sottolineava una delle tante facce della sua vita. Dopo la sua morte è stata usata più volte per avvalorare la pista del gioco erotico portato alle estreme conseguenze come causa della sua morte. Una pista di indagine che il giornale deve raccontare perché esiste e perché è una delle  ipotesi che potrebbero scagionare l’imputato attualmente sotto processo, che si proclama innocente.
Non a caso quella pista è indicata come credibile proprio dalla difesa e dai suoi periti. Proprio questo racconta l’articolo al centro della rivolta web. Pubblicare la notizia è dovere della cronaca. Dire se l’ipotesi è credibile o no non spetta al cronista. Affiancarle quella foto può essere, credo anch’io, una scelta di cattivo gusto. E quando la protesta su internet è montata la foto è stata giustamente rimossa.
Questa la vicenda. Alcune osservazioni.
Prima osservazione. Qualcuno se la prende con l’articolo di Elena Laudante. Li invito a leggerlo: preciso, documentato, offre la cronaca giudiziaria di un’udienza senza mai cedere al voyeurismo. E poi: qualcuno attacca per quella foto il giornale su carta. La prossima volta lo compri, lo legga al bar o se lo faccia prestare: sul giornale quella foto non c’è. Una quarantina di anni fa è capitato anche a me di gridare slogan in piazza contro una legge che non avevo nemmeno letto. Mi fidavo dei miei compagni di corteo che lanciavano gli slogan dal megafono e li ripetevo, anche un po’ incazzato. Poi ho imparato che prima di lanciare invettive è meglio documentarsi. E’ solo un invito, per non fare brutte figure. Che poi anche quando si ha ragione si rischia di passare dalla parte del torto.
Seconda osservazione. Come conferma il pezzo di Paola Zanuttini che ho citato all’inizio, in tutti i giornali si usa l’immagine femminile pensando che faccia vendere copie. L’ha usata anche lei, giornalista donna, come confessa candidamente. E come lei fanno tanti altri giornalisti, ma anche non poche giornaliste. E’ un errore del mestiere, storicamente bisex. Che andrebbe corretto, anche se le donne che fanno questa professione sono le prime a non ribellarsi al clima da caserma che spesso si respira nelle riunioni di redazione. A giocarci, anzi, con tipico cinismo femminile.
Che fare?  Non so. La rivolta di un giorno, con lo scalpo della foto ritirata, è un segnale. Forse una attenzione quotidiana maggiore da parte di tutti, giornalisti e lettori, vale più di un corteo sul web con tanti slogan gridati. Ammenoché l’obiettivo della rivolta non sia un altro. Ma questo non posso saperlo.
di Roberto Morini

Corriere della Sera
Insegnante uccisa: 24 anni all’amante
12 Marzo 2013 – E’ stato condannato a 24 anni di reclusione Alessandro Calvia, l’algherese di 43 anni accusato dell’omicidio di Orsola Serra, l’insegnante di 50 anni strangolata nella sua abitazione il 23 ottobre 2011. Questa la sentenza emessa dai giudici della Corte d’Assise di Sassari dopo otto ore di camera di consiglio. Per l’uomo, amante della vittima, il Pubblico ministero Paolo Piras aveva chiesto la condanna all’ergastolo. Cadute la premeditazione e l’aggravante del mezzo insidioso.

La Nuova Sardegna
Calvia: «Non ho ucciso Orsola Serra»
L’imputato per il delitto dell’insegnante risponde alle domande del pm. E lancia accuse al padre della vittima e al suo ex
«Non ho ucciso Orsola Serra. Con lei avevo solo rapporti sessuali anche se voleva che ci sposassimo. Il mio Dna sul cordino usato per strangolarla? Forse qualcuno ha preso una corda dalla mia motocarrozzella per farmi incolpare, oppure è quella che usai per chiudere una busta con un pc a casa sua».
La verità di Alessandro Calvia, 42 anni, imputato per l’omicidio dell’insegnante di Alghero assassinata nel suo letto il 23 ottobre 2011, emerge lenta e confusa dalla sua bocca. La voce è bassa nell’aula della Corte d’assise chiamata a giudicarlo e Calvia, si sottopone alle domande del pm Paolo Piras con tono dimesso, che poi diventerà quasi insofferente. Si siede al banco degli imputati con volto che pare di cera, barba rasata di fresco, le mani che a volte tremano. Per tre ore e mezza parla quasi sottovoce, a volte bofonchia parole incomprensibili, forse nel tentativo di sfuggire ad alcune domande del pm.
Come quelle sulle “versioni alternative”, cioè il tentativo di insinuare il dubbio che a perseguitare Orsola fosse il suo ex fidanzato, quel Pietro Moretti «che la pedinava», mai finito sotto indagato perché ritenuto estraneo al delitto. E lo sconvolgente scritto su quelli che lui definisce «abusi del padre su Orsola», “segreti” affidati a un biglietto trovato in casa sua il giorno dell’arresto.
Ovviamente, tesi quasi certamente calunniosa, che gli attirerà la seconda querela da parte della famiglia della vittima. Il padre Ettore e la madre Aurea sono composti e silenziosi, impeccabili nel non rispondere a quelle che potrebbero sembrare provocazioni crudeli.
Per prima cosa il pm Piras gli chiede di esprimersi sulle accuse di omicidio («Respingo l’addebito») per poi ricostruire il rapporto con la vittima.
«Ci incontrammo perché io le misi una rosa rossa sotto il tergicristallo dell’auto, il 4 novembre 2010, al cimitero e un biglietto col mio nome e il numero di telefono. Lei mi chiamò – assicura – e ci incontrammo per un rapporto sessuale». Comincia una relazione fatta solo di incontri a casa dell’insegnante, che definisce «per bisogno», bisogno fisico. «Dopo poco era diventata insistente, voleva che ci sposassimo. Ma non c’era nessuna relazione perché speravo di riallacciare il rapporto con la mia ex, Anna Diana, finito pochi mesi prima».
Dopo Natale, quando lei «insiste passare la vigilia assieme», si vedono di meno, lui la raggiunge a casa solo quando «mi chiamava con la scusa di qualche lavoretto da fare. Ma poi le richieste erano le stesse. Io non discutevo e me ne andavo». Orsola non demorde. «Si presentava sotto casa mia, mi inviava sms, era gelosa delle sue amiche». Le ultime discussioni coincidono con le sue ultime ore di vita. «Sabato 22, lei era nel suo garage a dipingere, era aperto e io passai in bicicletta e le dissi: c’è Pietro Moretti che ti pedina, perché l’avevo visto. Lei mi rispose: Sì, lo so. Poi entrai, lei chiuse la saracinesca e tentati un approccio sessuale. Lei si alterò, mi disse che se non andavo a vivere con lei non avremmo più fatto sesso. Allora decisi di chiudere e di prendere il pc che mi aveva prestato per ripararlo e restituirglielo, in modo da chiudere». Ma il pc non lo portò via, e il pm sottolinea l’apparente incongruenza. Tornerà il giorno seguente, ma di nuovo lo lascerà lì. «Il giorno dopo incontrai Orsola in via degli Orti, al semaforo, io in bici, lei in auto. Mi chiese di passare a casa e io ci andati alle 17». Era il 23 ottobre, giorno del delitto. «A casa parlammo delle solite cose, si alterò perché voleva che andassi a vivere con lei. Allora le chiesi una busta per portare via il pc e un laccio per chiuderla, feci un nodo al collo della busta. Ma poi andai via senza prenderla». Busta e pc mai trovati.
Ma ecco come spiega la presenza del suo Dna sull’arma del delitto. Il pm allora lo incalza. «Secondo una versione alternativa, dunque, un fantomatico rapinatore sarebbe entrato e avrebbe dovuto prendere il cordino dalla busta per uccidere Orsola Serra?», chiede Piras. «Non so», è la risposta. Domande insistenti anche sul suo alibi. «Uscii da casa di Orsola alle sei meno un quarto. Andai a casa e poi all’appuntamento con Anna Diana, alle 19.30 in via Sant’Agostino. Poi andammo a prendere la pizza in via Mazzini». Qui ordinano due pizze «poi credo che tornammo a casa di Anna Diana, e ce le portarono». Ma ai carabinieri la fidanzata aveva detto che attesero le pizze d’asporto nel locale. Quando il pm glielo fa notare, lui ammette: «Non posso escluderlo».
L’avvocato Danilo Mattana, difensore con Nicola Satta, sollecita un’interruzione per consentire a Calvia di prendere gli psicofarmaci; la Corte non interrompe. E allora il pm chiede conto del suo Dna sul cordino. Lui spiega: «Forse qualcuno ha preso una delle corde che usavo per cucire le reti», ipotizza riferendosi all’ex di Orsola, Moretti, pur restando sul generico. Lunedì le domande di Pietro Piras, legale di parte civile.
di Elena Laudante

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