Michela Fioretti, 41 anni, infermiera, mamma. Inseguita e uccisa a colpi di pistola dall’ex marito denunciato più volte.

michDragona (Roma), 18 aprile 2013. La perseguitava da tempo. Ha utilizzato la figlia di 11 anni per tenderle un agguato. L’ha aspettata, inseguita in macchina, tamponata e costretta a fermarsi. Come in un film di gangster. L’ha freddata con sei colpi di pistola, la pistola che portava per lavoro nonostante le denunce ripetute della moglie. Una tragedia annunciata. e che poteva essere evitata, forse.

 

Guglielmo Berettini, 42 anni, guardia giurata. Tanto ti ammazzerò, aveva detto.

 

 

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Il Tempo

Ha fatto chiamare l’ex moglie dalla loro primogenita perché uscisse prima dal lavoro. Così, dopo aver lasciato ai propri genitori entrambe le figlie di 6 e 11 anni, è uscito armato della sua pistola d’ordinanza salendo al volante di quella Fiat Punto grigia, chiesta in prestito al padre per non essere riconosciuto. «Se non le avessi telefonato, mamma sarebbe ancora viva. È colpa mia, tutta colpa mia», si disperava a poche ore dall’omicidio di Michela Fioretti la piccola Aurora, 11 anni appena. È lei, convinta dal padre a fare quella telefonata, l’inconsapevole tramite di una vendetta studiata nei minimi particolari. Guglielmo Berettini, 42 anni guardia giurata a Roma Nord, quel maledetto giovedì pomeriggio era insieme alle due bambine mentre l’ex moglie, 41 anni infermiera nel reparto Dialisi del Grassi, stava ormai terminando il suo turno. Voleva sorprenderla nel viaggio di ritorno verso casa. Per questo, salito in macchina con la pistola calibro 9×21 accanto, si è appostato sulla rampa del Viadotto Zelia Nuttal pronto a compiere il proprio disegno. «Intorno alle 18,45 – racconta Mauro, infermiere nello stesso reparto di Michela e suo grande amico – ha ricevuto la telefonata della figlia più grande, in quel momento insieme al padre. Mi ha detto che sarebbe uscita prima, per andare a prendere le bambine che volevano tornare a casa ed è andata via». Arrivata ai ponti che collegano Acilia con Dragona, è stata bloccata dall’ex marito. Hanno discusso, ognuno a bordo della propria auto, e poi quando lei è ripartita l’ha inseguita chiudendola in trappola per spararle quattro proiettili, uno sul collo, uno sull’avambraccio e due all’addome. Certo di averla uccisa, è quindi ripartito fermandosi cinquanta metri più avanti: è stato a quel punto che è sceso per spararsi il colpo che gli ha trapassato la testa. Il culmine di due anni di violenze, minacce, discussioni tutte denunciate reciprocamente ai carabinieri e ai poliziotti del territorio dopo la separazione avvenuta nel 2011. «Ultimamente la situazione tra loro era diventata più tesa – racconta un amico della vittima – litigavano spesso ma da quando le figlie di Michela hanno iniziato ad apprezzare quasi più Italo (l’uomo e collega con il quale l’ex moglie aveva iniziato una relazione circa un anno fa), Guglielmo ha perso la testa. Deve essere stata la gelosia – prosegue – a far scattare in lui il raptus omicida». «Quando i genitori di Michela sono venuti qui in ospedale insieme alle nipotine – racconta Carla, la caposala di Dialisi distrutta dal dolore – la più grande mi chiedeva se non fosse colpa sua. “Ho chiamato io mamma – continuava a ripetere – se non fosse venuta a prenderci non sarebbe morta”. Piangevano entrambe, Gaia e Aurora, ma era come se non realizzassero in pieno quanto accaduto. “Mamma verrà alla mia comunione?”, chiedeva una, “E al concerto dei Modà ci accompagnerà?”». Intanto, mentre il padre ha superato l’operazione al cervello e – accusato di omicidio – è in gravi condizioni al San Camillo, la salma di Michela è stata portata al policlinico di Tor Vergata dove il fratello della vittima si è recato per il riconoscimento. L’autopsia è prevista per oggi, al più tardi lunedì. Composto e quasi rassegnato al dolore il padre di Michela: «Pagherà nella giusta sede» si è limitato a dire dell’ex genero. «Non posso neanche piangere mia figlia» ha detto invece la mamma, alla quale adesso sono state affidate entrambe le bambine.

 

Il Messaggero

ROMA – Maltrattava e minacciava la moglie da mesi. Ma a gennaio, nonostante la richiesta della procura, il tribunale di Roma aveva respinto l’arresto di Guglielmo Berettini, il vigilantes di 42 anni che l’altra sera ha inseguito in macchina l’ex moglie, Michela Fioretti, 41 anni, pure lei al volante, uccidendola con quattro colpi di pistola e tentando il suicidio. Poteva essere evitata, forse, la tragedia di Acilia. Meno di tre mesi fa, infatti, il pm di Roma Antonio Calaresu aveva chiesto la misura cautelare, ma il provvedimento era stato bocciato dal gip. Nel capo di imputazione il pm ripercorreva anche le minacce subite dalla donna, perseguitata per strada, in casa e anche sul posto di lavoro, al Grassi di Ostia, dove faceva l’infermiera. «Tanto ti ammazzerò. La farò pagare anche a tua madre. Sei una bastarda, non meriti niente» era il testo di uno degli sms ricevuti da Michela e mostrato alle colleghe più intime.


L’UDIENZA
Eppure nei primi giorni di gennaio il gip aveva respinto il provvedimento restrittivo escludendo anche misure alternative. Gli venivano contestati i reati di minacce e maltrattamenti in famiglia, ma non c’erano certificati medici allegati. Così Berettini, dalla fedina penale immacolata, è rimasto in libertà e con la pistola alla cintola, pronto a sparare contro l’ex moglie, come ha poi fatto, e anche di rivolgere l’arma contro di lui. Dopo aver subito un delicato intervento chirurgico, la guardia giurata della Sipro è ricoverata in condizioni gravissime al San Camillo. Se si salverà, rischia di vivere con pesanti menomazioni. Il pm Nadia Plastina e il procuratore aggiunto Pier Filippo Laviani, che hanno aperto un fascicolo sull’episodio, hanno disposto comunque il suo arresto per omicidio volontario. Ben due sono state le indagini condotte sui rapporti burrascosi della coppia, separatasi meno di due anni fa dopo una lunga relazione. Nel 2011 lui e lei avevano presentato esposti ai carabinieri accusandosi reciprocamente di inadempienza verso i figli minori e di minacce. Non c’erano querele ma i militari inviarono a novembre il fascicolo alla Procura che archiviò. A maggio 2012 le sfuriate sono riprese e a occuparsi stavolta è stato il Commissariato di polizia Lido che ha inoltrato la pratica al pm Calaresu.

LA COMMOZIONE
L’uccisione di Michela Fioretti ha suscitato profonda commozione nei colleghi dell’ospedale di Ostia che, all’ingresso del reparto di Dialisi dove l’infermiera lavorava, hanno affisso uno striscione con scritto «Michela mai più denunce inascoltate». Un orrore, quello della sua morte, che ha spinto un gruppo di donne di Ostia a convocare il flash mob «Rompiamo il silenzio, un fiore per Michela e le altre» per domani, alle ore 10,30, al Pontile. «Per dire basta alla violenza di genere sulle donne – è l’invito – portate fischietti e tamburi per rompere il silenzio. E tenete in mano un fiore, uno per ogni donna morta ammazzata». La prima ricognizione medico-legale sul corpo di Michela, riferisce che è stata raggiunta da quattro colpi di pistola calibro 9×21: due all’emitorace sinistro sono fuoriusciti dall’addome, uno all’avambraccio sinistro ed uno al collo. Conclusa l’autopsia, prevista al policlinico Tor Vergata, verrà allestita la camera mortuaria in ospedale e i pazienti di dialisi hanno chiesto di sospendere le attività durante i funerali. Il governatore del Lazio, Nicola Zingaretti ha promesso aiuti alle due figlie di Michela, di appena 6 e 10 anni, già seguite insieme con i nonni dall’equipe di psicologi del Grassi.

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