Marika Sjakste, 28 anni, stilista. Uccisa con un colpo alla tempia dall’amante

Milano, 11 giugno 2012
Lui era un notaio con un appartamento disponibile, lei una splendida giovane bionda venuta dall’est. Diverse cose non andavano: Marika non era innamorata, lui aveva problemi, la moglie di lui aveva scoperto tutto. Così lui ha preso una pistola, un colpo all’amante e uno a se stesso.

 

 

logoVincenzo Ialenti, 46 anni, notaio. Non sapeva scegliere tra la famiglia e l’amore, così ha ammazzato l’amante e si è suicidato.

 

 

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Il Giornale
«Marika voleva fuggire dalla casa di quel notaio Non era innamorata» «Era da più di un mese che tra loro non c’era più alcuna passione, praticamente più nulla. Quell’uomo aveva un forte esaurimento nervoso, aveva problemi con la sua vita. E negli ultimi tempi minacciava continuamente di togliersi la vita davanti a Marika, anche se non le aveva mai detto che anche lei era compresa nel suo piano folle…
Mi creda: io ero la sua migliore, la sua unica amica. E quell’uomo non mi ha mai convinta. L’ultima volta l’ho sentita proprio sabato, quando la moglie di lui è andata a fare una scenata nell’appartamento di piazza Lega Lombarda, dicendo al marito di non tornare più a casa. Marika mi ha mandato un sms. “C’è la moglie che suona al campanello e grida, non so cosa fare“ mi ha scritto. È stato allora che abbiamo acceso la webcam e le ho proposto di andarsene da quella casa. Lei era d’accordo. “Sentiamo se i nostri amici, su Facebook, riescono a darti una mano a trovare un monolocale“ le ho detto. “Ci penso“ mi ha risposto lei. È stata l’ultima volta che ho l’ho vista viva…».
Piange disperata Vanja, ma non riesce a nascondere la sua rabbia per la terribile fine dell’amica Marika Sjakste, 28 anni, uccisa domenica sera con un colpo di pistola alla tempia dall’amante Vincenzo Ialenti, un notaio 46enne che si è tolto la vita allo stesso modo poco dopo.
Vanja è moscovita, ha 33 anni, fa la truccatrice professionista freelance, vive a Milano da qualche anno e qui si è diplomata in trucco artistico. Ci tiene a raccontarci chi era veramente la sua amica Marika. «Voglio subito precisare una cosa: quell’uomo non la manteneva, le aveva solo dato l’appartamento. Forse l’aiutava qualche volta e le avrà fatto qualche regalo. Ma Marika lavorava come stylist freelance e si manteneva da sola. Era una persona dolcissima, timida e molto riservata. Scordatevi la mangiatrice di uomini che qualcuno ha cercato di dipingere: non potreste farne un ritratto più fuorviante! Vestiva solo da Zara. Era bella, sì. Ma aveva anche molte altre qualità».
Tra loro era nato qualcosa, ma non si è mai trattato di un grande amore, per entrambi «Lui le disse che aveva una casa sfitta- ricorda Vanja- e che, se lei voleva andarci ad abitare, per lui non era un problema. A gennaio di quest’anno si era trasferita» Un rapporto strano. Comunque non destinato a durare molto…«Lui non mi ha mai copnvinta, si vedeva che aveva dei problemi suoi personali e che a Marika era legato sì, ma fino a un certo punto. L’unico vero amore di Marika, come potranno confermarle altre nostre amiche, è il ragazzo per cui si è trasferita in Italia appena ventenne, un milanese di un paio d’anni più grande di lei. Anche lui l’aiutava e le permetteva di abitare in un albergo nella zona di via Moscova mentre frequentava il Marangoni. Volevano sposarsi. Poi, all’improvviso, l’anno scorso è finita. Non mi chieda nient’altro: Marika era riservatissima sui suoi legami e nonostante la nostra profonda amicizia, io rispettavo questo lato di lei».
di Paola Fucilieri
Gli altri
Marika, è l’immaturità sentimentale ad ammazzare le donne
Marika Sjakste, ventotto anni quasi ventinove, è morta perché l’uomo che amava, Vincenzo Ialenti, non riusciva a risolvere la classica dicotomia moglie/amante. Così almeno riportano le cronache dell’omicidio-suicidio avvenuto a Milano in questi giorni: Ialenti, notaio quarantaseienne della provincia di Novara, aveva una relazione con Marika, che nelle foto appare bellissima, bionda, molto seducente. A lei il notaio aveva dato un piccolo appartamento di sua proprietà, perché lei potesse vivere tranquillamente e la coppia potesse incontrarsi senza dare molto nell’occhio. La sera, però, Ialenti tornava dalla moglie e dai figli piccoli a Galliate (Novara). Secondo gli amici e i colleghi di lavoro, per l’uomo stava diventando molto difficile conciliare l’affetto profondo per la famiglia, che non avrebbe mai lasciato, e la giovane Sjakste. Così martedì mattina ha sparato prima a lei e poi si è puntato la pistola alla tempia: gesto drammaticissimo che lascerà la famiglia di Ialenti senza spiegazioni, tranne una lettera dove l’omicida-suicida ha scritto che la moglie è una “bravissima persona”, “la donna più dolce del mondo”.
Molti femminicidi vengono commessi da uomini che poi si tolgono la vita. Una dimostrazione, forse, dell’impossibilità di concepire una soluzione che vada al di là della rabbia e del furore e egocentrico. Il suicida arriva a pensare che non esiste una soluzione che non sia l’eliminazione fisica di entrambi i protagonisti, e questo non è un dramma d’amore bensì di profonda immaturità emotiva che deriva dalla incapacità, anche nel discorso pubblico e sociale, di gestire i sentimenti dell’età adulta. La famiglia, prima ancora che per motivi affettivi, diventa un totem intoccabile anche quando irrompe una novità amorosa forte, quasi definitiva. La saggezza dei vecchi insegnava a superare la passione extrafamigliare attendendo pazientemente il suo cessare, in nome dei figli e del rapporto matrimoniale che inevitabilmente può portare noia e affaticamento ma, alla lunga, diventa la relazione principale della nostra vita, insostituibile. Certamente questo insegnamento è ancora valido, poiché riconosce nell’amore coniugale un impegno responsabile, colmo di rispetto verso l’altro. Eppure la fortissima valenza ideologica della famiglia può portare a vivere il suo disfacimento come un fallimento intollerabile, a maggior ragione quando interviene una nuova relazione. Per Ialenti, nonostante la forte passione che nutriva per Marika, moglie e figli sarebbero rimasti esclusi dalla doppia vita che conduceva durante le ore di lavoro, coltivando la segreta speranza che nulla stesse accadendo e che prima o poi tutto sarebbe tornato come prima. E’ questa falsa consapevolezza di poter gestire i sentimenti come si gestiscono gli orari della baby-sitter a colpire specialmente le persone emotivamente meno mature e dunque più deboli. Non possediamo una conoscenza precisa del rapporto tra Ialenti, la moglie, i figli e Sjakste. Però il copione si sta ripetendo troppo spesso, e non è possibile che sia scritto soltanto attingendo dal patriarcato e dalla incapacità degli uomini di accettare la libertà femminile. E’ pensabile che una certa rigidità di pensiero, una forte ideologia familista, e alcuni stereotipi applicati ai rapporti (Marika era una ragazza lituana, bella, una bionda dell’est, insomma una donna che per molti uomini può rappresentare soltanto un divertimento temporaneo) possa portare a tragedie come quella consumata nell’appartamento di Milano.
di Laura Eodati
La panchina di Marinella
Il professionista non riusciva a scegliere tra famiglia e nuovo amore … Il 45enne si è sparato alla tempia dopo aver ucciso l’amante … Sua moglie non l’avrebbe mai lasciata. E neppure sua figlia che adorava. Ma quella donna dell’Est, Marika Sjakste, giovane, alta, bionda, lo aveva coinvolto tanto. Troppo. Da una parte la sua famiglia, alla quale era legatissimo. Dall’altra la grande passione alla quale non sapeva rinunciare. E quel dilemma, che gli creava ansia e gli toglieva il sonno, l’ha risolto con due colpi di pistola. Uno per la sua nuova compagna, una lettone di 29 anni. L’altro per lui, affermato notaio di 46 anni. Due pallottole calibro 7.65 esplose con la sua Beretta semiautomatica regolarmente denunciata … E proprio in questa doppia vita, divenuta pesante, impossibile da gestire, sarebbe da individuare il movente del delitto. L’uomo ha lasciato anche un biglietto. «La colpa della situazione è tutta mia, mia moglie non c’entra niente è una bravissima persona, è la donna più dolce al mondo».

Il Giorno
Marika, il sogno di fare la stilista «Non rinuncio ai tacchi a spillo» Marika era arrivata in Italia qualche anno fa, nel 2010 la scuola di moda e l’incontro con il notaio. Si erano conosciuti nel giro dei locali alla moda, si erano piaciuti. Lui, non bellissimo, ma brillante, un po’ spaccone e sufficientemente à la page per esibire al suo fianco una modella parecchio più giovane, senza sembrare troppo volgare. Lei, un trofeo.
I presupposti per una storia da manuale c’erano tutti: la donna bella, glamour e ambiziosa, il compagno ricco e bon vivant. Invece quell’incontro è stato l’inizio della fineMarika, irrinunciabile, ma ingombrante in una vita perfetta con moglie «dolcissima», come scrive lui nella lettera d’addio, e figlia ancora troppo piccola. Dall’altra parte la solida famiglia. Altrettanto irrinunciabile e altrettanto ingombrante in un ménage sostenibile solo da single. Nel fine settimana della tragedia Vincenzo Ialenti aveva litigato con entrambe le sue donne. Con la moglie, che sabato pomeriggio era arrivata da Novara fin sotto il portone del lussuoso palazzo di piazza Lega Lombarda e aveva fatto una scenata a cui avevano assistito anche i vicini.
Forse aveva scoperto che lui non tornava a casa perché in quel pied a terre si fermava a dormire con lei. Che la manteneva da tempo e la stava aiutando a costruirsi un futuro. Vincenzo aveva litigato anche con Marika, la domenica, il giorno della tragedia. Lei lo voleva lasciare? Lo aveva costretto a una scelta impossibile?

 

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