Maria Immacolata Rumi, 53 anni, mamma. Ammazzata di botte

immacolataReggio Calabria, 5 maggio 2013
L’ha uccisa per trent’anni, durante i quali l’ha massacrata di insulti, di botte, di calci, di pugni, schiaffi, insulti. Poi, quando è morta davvero, l’ha portata al Pronto Soccorso affermando di averla trovata così.

 

 

indexDomenico Laface, 54 anni. Era violento anche fuori di casa, ma se l’era cavata grazie alla prescrizione del reato.

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Uccisa a Reggio: «Mio padre la picchiava da anni» Drammatica testimonianza della figlia della coppia – E’ una lunga carrellata di racconti dell’orrore quelli che emergono dalle testimonianze dei figli di Maria Immacolata Rumi, morta martedì mattina a seguito dell’ennesimo pestaggio da parte del marito Domenico Laface. Le dichiarazioni sono state raccolte dai carabinieri
REGGIO CALABRIA – «I miei genitori litigavano spesso. Mio padre l’ha malmenata con una certa violenza in più occasioni anche in presenza mia e dei miei fratelli. A volte le dava anche pugni sul viso, sul corpo, calci. In qualche occasione l’ha picchiata con un bastone del tipo da passeggio che normalmente sta all’ingresso nel portaombrelli».
E’ una lunga carrellata di racconti dell’orrore quelli che emergono dalle testimonianze dei figli di Maria Immacolata Rumi, morta martedì mattina a seguito dell’ennesimo pestaggio da parte del marito Domenico Laface. Le dichiarazioni raccolte dai carabinieri della Compagnia di Reggio Calabria, descrivono un uomo irascibile e violento.
Trentacinque anni di matrimonio e di botte. Senza mai una denuncia, senza la forza di ribellarsi e senza l’aiuto di nessuno, se non lo sfogo con i suoi sei figli, che non sono riusciti a fermare quel padre che a furia di legnate ha portato via la loro madre di 53 anni.
«Mio padre – ha detto una delle figlie – individuo nell’indole facilmente irritabile, ha assunto nei confronti di mia madre un atteggiamento iracondo e violento, arrivando a percuoterla con calci, pugni e schiaffi ed addirittura, in talune circostanze, anche con bastoni ed altri oggetti contundenti, cagionando alla donna ecchimosi e tumefazioni anche di entità significativa in ogni parte del corpo». E ancora: «In alcune circostanze, l’uomo è ricorso anche a un’invettiva di carattere apertamente minatorio nei confronti della compagna rendendola oggetto di epiteti quali “Ti ammazzo” o “Ti scanno”». Le liti nascevano quasi sempre per motivi di gelosia reciproca, una gelosia che poi si sviluppava attraverso scambi di ingiurie e infine di veri e propri pestaggi nei quali la donna soccombeva. Pestaggi che, alla presenza dei figli venivano arginati dagli stessi, ma che evidentemente riesplodevano. L’ultimo episodio di violenza di cui i figli hanno riferito sarebbe risalito alla settimana precedente alla morte: «Eravamo in casa. C’era anche mia sorella … In tale circostanza sono riuscita a farli smettere e a calmarli», racconta una delle figlie. E un’altra delle ragazze: «Apprendevo, al riguardo, da mia sorella che, nella circostanza risalente al 28 aprile, mio padre avrebbe usato per l’ennesima volta violenza nei confronti di mia madre e, peraltro, anche con modalità particolarmente veementi».
Circostanze e fatti confermate anche dai figli maschi della coppia che pur sapendo delle violenze fisiche hanno entrambi sostenuto, nei fatti di non essersi mai resi conto della gravità dei fatti e del rischio che correva la madre. Secondo una relazione di servizio dei piantoni in servizio dai carabinieri il giovane uomo tuttavia nel recarsi a deporre dalle forze dell’ordine scorge il padre seduto nella sala d’attesa. Quando lo vede chiede ai militari di poter attendere in un locale diverso da quello in cui si trova il genitore, non volendo condividere con questo lo stesso ambiente. La circostanza è contenuta nel fermo che porta la firma del pm Antonella Crisafulli e nell’ordinanza del Gip Cinzia Barillà, che ha convalidato l’arresto di Domenico Laface. Scrive il Giudice nell’ordinanza di custodia cautelare in carcere: «Alla richiesta di ragguagli in ordine ad una simile presa di posizione, rispondeva espressamente di nutrire forti sospetti circa una responsabilità del genitore in relazione al decesso della madre».
Tra le dichiarazioni raccolte dai carabinieri anche quelle dei generi della coppia. I mariti delle figlie hanno entrambi ammesso di sapere attraverso le rispettive mogli degli atteggiamenti violenti del suocero. Ed ecco cosa hanno riferito durante gli interrogatori: «Mia moglie mi ha confidato in più di una circostanza che i rapporti tra i propri genitori sono stati costantemente caratterizzati da aspre liti, ma non ha mai approfondito tali argomentazioni, ritengo per un plausibile imbarazzo che tale situazione familiare le potesse cagionare»
E ancora: «Dunque ho ipotizzato che mio suocero potesse in tali circostanze usare violenza nei confronti della compagna anche perché, in più di una circostanza, ho rilevato sul volto di mia suocera tumefazioni e ecchimosi anche di entità significativa».
L’uomo qualche volta era arrivato a fare pure delle domande dirette. E infatti racconta: «Alla mia richiesta di indicazioni circa l’origine di tali lesioni, mia suocera ha sempre fornito risposte vaghe ed evasive, circostanziando tali accadimenti quali incidenti domestici». Le liti erano frequenti insomma, e spesso vi assistevano i figli che tuttavia intervenivano per sedarle prima che sfociassero in aggressioni fisiche. Fatti confermati dai vicini di casa che hanno confermato come, a seconda dei casi, «spesso» o «qualche volta», si sentissero le urla.
Domenico Laface non era violento soltanto in casa. Era stato condannato in primo grado per una rissa avvenuta nei primi anni 2000. Una condanna che non ebbe seguito in Appello per l’avvenuta prescrizione del reato. Le testimonianze dei figli, i referti medici e le poco credibili giustificazioni di Laface che ha affermato di aver accompagnato la moglie in ospedale dopo averla trovata in quelle condizioni in casa dopo il suo rientro, hanno indotto il giudice a disporre l’arresto. Per il Gip Cinzia Barillà: «In questo contesto non c’è chi non veda come sia impensabile accedere a misure alternative o ad una convivenza in casa con altri familiari, che vanno viceversa protetti dall’uomo e dalla sua irruenza incontrollabile, pronta ad esplodere a seguito dei più banali episodi, sicchè l’unica misura cautelare adottabile è quella invocata dall’accusa». Ossia il carcere, in attesa della conclusione delle indagini e del relativo processo. Il Gip va oltre spiegando che comunque, in presenza di qualsiasi entità della pena non potrà essere applicato il beneficio della sospensione della pena. Insomma nessuna condizionale.

 

Net1News
Pugni, calci, bastonate: l’inferno di Immacolata uccisa SabatoPrima di morire Maria Immacolata Rumi è stata massacrata di botte dal compagno, Domenico Laface, oggi in carcere. Decisive le testimonianze dei figli, i quali hanno raccontato il calvario della donna durato 30 anni, durante i quali ha subito botte, insulti e umiliazioni senza che nessuno trovasse il coraggio di denunciare.
“I miei genitori litigavano spesso. Mio padre l’ha malmenata con una certa violenza in più occasioni anche in presenza mia e dei miei fratelli. A volte le dava anche pugni sul viso, sul corpo, calci. In qualche occasione l’ha picchiata con un bastone del tipo da passeggio che normalmente sta all’ingresso nel portaombrelli”. “Mio padre,individuo nell’indole facilmente irritabile, ha assunto nei confronti di mia madre un atteggiamento iracondo e violento, arrivando a percuoterla con calci, pugni e schiaffi ed addirittura, in talune circostanze, anche con bastoni ed altri oggetti contundenti”. Sono agghiaccianti le testimonianze dei figli di Immacolata Rumi 53 anni, la donna morta sabato scorso dopo il ricovero al Pronto Soccorso degli Ospedali Riuniti di Reggio Calabra in seguito alle ennesime e fatali percosse subite, dal convivente, il 59anne Domenico Laface, descritto dagli inquirenti come un vero e proprio aguzzino, con il quale la donna aveva avuto sei figli, due dei quali – le ragazze più giovani – vivevano ancora in casa con i genitori.
Reati mai denunciati dalla donna. Sono stati i figli, solo dopo la tragica morte di sabato, a squarciare il silenzio sull’orribile realtà di violenza vissuta tra le mura domestiche. Anche nei corridoi del Pronto Soccorso reggino, secondo le testimonianze contenute nel provvedimento che ha condotto all’arresto di Domenico Laface, l’uomo ha continuato a minacciare la moglie. ”Maria, stai ferma se no ti meno un pugno”.
”L’ho trovata che gli faceva male la pancia e perdeva sangue dal naso, per questo l’ho portata subito al Pronto Soccorso” ha dichiarato il convivente arrestato per omicidio, dopo che i figli lo hanno denunciato. Gli inquirenti hanno registrato da parte dell’uomo un atteggiamento insolito, ”Non mostrando mai una particolare sensibilità o drammatico dolore per la perdita della persona amata”, scrive il gip. Sono bastati poi i risultati dell’autopsia sul corpo martoriato della vittima ad accertare la frattura delle costole, diversi ematomi al volto ed una lesione alla milza dovuta ad un colpo violentissimo, un pugno oppure un calcio, che ha provocato la morte della donna.
Gli oltre trent’anni di convivenza con Laface, oggi in carcere per ordine del gip Cinzia Barillà, sono stati per Immacolata sinonimo di botte, insulti e umiliazioni. Solo dopo la morte della mamma i figli hanno fatto dichiarazioni, che hanno inchiodato il padre, dal quale hanno immediatamente preso le distanze e con il quale hanno rifiutato di avere qualsiasi tipo di contatto dopo aver appreso della morte di Maria Immacolata. “Una notizia incassata – ” annota il gip -”  senza eccessiva sorpresa”. E sembra quasi perplessa il giudice Barillà nel sottolineare che “Non si registrano reazioni tipiche dinanzi ad una morte del tutto improvvisa, ma viceversa una certa disperata rassegnazione ad un epilogo quasi annunciato incomprensibile in assenza di peculiari patologie”. Quasi fossero ormai assuefatti alla violenza, sembra indicare il gip, i figli della coppia agli inquirenti hanno raccontato in dettaglio il calvario di Maria Immacolata, picchiata con calci, pugni, a volte un bastone, regolarmente insultata e umiliata.
Non c’erano folle oceaniche, né vessilli istituzionali, ma solo i figli ,tutti stretti in un unico banco, attoniti, qualche amico e i vicini del quartiere a salutare oggi Maria Immacolata Rumi, nonostante il brutale omicidio della donna abbia fatto correre, nei giorni scorsi, fiumi di inchiostro istituzionale, neanche un rappresentante dei cittadini era presente oggi alle esequie. 

 

 La filosofia reggina

 

Immacolata Rumi, reggina ammazzata di botte dal marito: un orrore senza fine.
Immacolata Rumi era una donna di 53 anni. Era moglie, madre di sei figli, dei quali le due sorelle più piccole vivevano ancora in casa con lei. Immacolata Rumi era di Reggio Calabria. Una storia “comune” sarebbe potuta essere la sua; una storia di donna simile a quella di molte altre, fatta di piccole cose, forse, di riti quotidiani che ogni donna, a Reggio come in tutto il mondo, ripete per una vita e che fanno la vita. Ma la storia di Immacolata non è quotidiana, né comune: perché sabato scorso, agli Ospedali Riuniti della nostra città, il suo cuore ha smesso di battere. E non per una malattia, non per un improvviso malore, non per un incidente: il cuore di Immacolata ha ceduto sotto il più terribile dei pesi, quello della violenza. Immacolata è morta ammazzata di botte.
Immacolata è morta sabato in seguito all’ennesimo pestaggio subito dal marito, Domenico Laface. Quest’ultimo, tra l’altro, si è incaricato di portarla, il giorno prima che morisse, al Pronto Soccorso dei Riuniti, quando la conseguenze della sua stessa violenza stavano chiaramente avendo esiti drammatici. Ma non c’è stato nulla da fare per lei: il suo cuore ha smesso di battere.
Il cerchio però, in poche ore, s’è stretto attorno a quell’uomo che, interrogato dagli inquirenti insospettiti dagli ematomi che il povero corpo martoriato della donna presentava, non mostrava la disperazione di un marito che si vede strappare via la compagna della propria vita in modo assurdo ed incomprensibile. “Gesù l’ha voluta con sé” è la frase che Laface ha pronunciato circa la morte della moglie. Troppo lapidaria, troppo rassegnata per poter essere compresa. Ed il pm Cinzia Barillà ha voluto scavare a fondo in quella famiglia apparentemente “come tante altre”: marito, moglie, e ben sei figli. Il quadro che ne è venuto fuori è a dir poco inquietante: Laface padre padrone per 30 anni ha sistematicamente sottoposto la Rumi a violenze d’ogni tipo. Pugni, calci, percosse anche con oggetti come bastoni o ombrelli. Gli stessi figli hanno voluto raccontare nei dettagli di una morte annunciata, quella della propria madre, che in nome della tenuta della famiglia ha letteralmente sacrificato la propria vita; pare che addirittura anche le ultime ore di vita della donna, ricoverata in ospedale, siano state segnate da un’assurda violenza: “Stai zitta, Maria, o ti tiro un pugno”. Frase pronunciata dal Laface, che non ha evidentemente rinunciato ad imporre il suo tirannico dominio su una donna, la sua donna, che stava morendo. Infine, gli esiti dell’autopsia che hanno definitivamente sciolto ogni dubbio: Immacolata Rumi è morta in seguito ad un’emorragia interna dovuta a rottura della milza, causata da un calcio o un colpo violentissimo. Oltre poi a fratture alle costole, ematomi, segni infiniti di un orrore inimmaginabile.
Domenico Laface, nei cui confronti ieri è scattata l’ordinanza da parte del giudice, rischia dai 12 ai 20 anni di reclusione per aver ucciso la moglie. Lo si punisce, chiaramente, per l’esito drammatico che la condotta brutale da lui tenuta nei confronti della Rumi ha avuto. Ma la terribile verità è che Immacolata ha iniziato a morire ben prima di sabato scorso. Lei ha iniziato a morire trent’anni fa, quando, giovane sposa, dovette fare i conti con l’indole abietta del marito. Tutto ciò in un contesto di degrado culturale che ha impedito a questa giovane donna di denunciare, di portare alla luce le disgustose ombre presenti tra le sue mura domestiche, nella speranza che il mostro potesse col tempo quietarsi, perché “i panni sporchi si lavano in casa”, perché quello che conta in certi ambiti è mantenere nei confronti dell’altro, dell’esterno, una parvenza di decoro ed onestà, a costo di tutto: anche della propria vita. Immacolata, dunque, ha scelto di essere prima moglie e madre, ha forse tentato di preservare i suoi sei figli da quello che lei riteneva fosse un danno troppo oneroso da sopportare: quello di “etichettare” quel padre padrone per quel che era: un uomo di inaudita bestialità, d’efferata violenza, che pezzetto dopo pezzetto ha distrutto la vita di un’intera famiglia. Ed i suoi figli hanno voluto ripagarla per questo estremo sacrificio, che non avrebbero mai voluto  che ella compiesse: hanno squarciato quel velo di ipocrisia, di abiezione, di dolore e paura che per tre decenni era stato mantenuto inalterato. Hanno voluto donare, a quella madre distrutta nel corpo e nell’animo, quello che non aveva mai avuto: la libertà. E così hanno raccontato di un padre cattivo, cieco e sordo, che conosceva solo il linguaggio del sangue dentro casa sua. Ed hanno depositato sul tavolo del PM Barillà un’altra agghiacciante, inaccettabile, storia di femminicidio.
Immacolata Rumi era, come me, di Reggio: mi chiedo se mai la avrò incrociata camminando per la città. Mi chiedo se nei momenti bui si sia mai rivolta al mare ed al cielo per respirare aria buona e fresca, prima di far ritorno ad una casa che la violenza aveva reso la più orribile delle prigioni. Mi chiedo se qui, a queste strade, alla bellezza antica e dolente della nostra città, abbia mai chiesto silenziosamente aiuto e forza per affrontare ogni giorno ancora la condanna che il destino le aveva inflitto.
Immacolata non ha avuto aiuto: è morta sola, col suo assassino che con una mano la portava in ospedale e con l’altra continuava a tenerla in pugno. Forse l’avrà desiderata quell’estrema liberazione dal dolore della carne che intrappolava lo spirito. Non lo sapremo mai, perché lei adesso non ce lo potrà più raccontare.
Quello che noi, dolorosamente, dobbiamo raccontare a noi stessi, è che lo scorso 5 maggio abbiamo di nuovo perso: come esseri umani, esseri civili, reggini, uomini e donne. Aver lasciato che Immacolata morisse è una sconfitta per ciascuno di noi. Possiamo ancora dire basta, possiamo rifiutare con forza che questo accada, e non dobbiamo lasciare che il dolore sopportato da questa (e, ahimè, prima di lei molte altre) donna venga vanificato da altri veli di indifferenza e di ipocrisia. Almeno questo, a lei ed a tutte le altre che come lei non sono sopravvissute alla violenza, lo dobbiamo.
Centoventisette donne uccise per mano dei loro uomini nel 2012. Venticinque dall’inizio del 2013. Tra di loro, c’è Immacolata, che era una di noi.
Non sono solo numeri, Immacolata non può restare un numero. Noi tutti dobbiamo essere Immacolata.
Siamo tutti Immacolata.

 

 

 

 

 

 

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