Maria Concetta Pitasi, 49 anni, ginecologa, mamma. Uccisa con due coltellate dal marito, davanti alla figlia sedicenne

2Palermo, 24 ottobre 2003
Maria Concetta aveva un carattere duro e scontroso, sottoponeva il marito e la figlia a continue vessazioni. Per questo lui l’ha uccisa.

 

 

 

di feliceRenato Di Felice, 53 anni, contabile. Nonostante tutto le voleva bene e porterà sempre con sè il rimorso per averla uccisa, ma averlo fatto “è stata una liberazione”. Per lui il PM aveva chiesto 14 anni, ma il Gup gliene ha dati 6.  Poi, tra l’indulto e altre circostanze, ha trascorso in carcere solo pochi giorni.

 

Figli: 1 di 16 anni

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Repubblica
Quattro anni fa un impiegato aveva accoltellato la consorte durante una lite
Grazie a una serie di benefici di legge potrebbe evitare la prigione
uccise la moglie che lo umiliava – Forse se la caverà con due giorni di carcere

Quattro anni fa, aveva ucciso la moglie con due colpi di coltello, al culmine dell’ennesima lite familiare. Ora, dopo la condanna a sei anni di reclusione per omicidio volontario, forse riuscirà a cavarsela con due soli giorni di carcere, grazie a una serie di benefici di legge.
Il protagonista della vicenda è Renato Di Felice, un impiegato palermitano che oggi ha 57 anni. Il 24 ottobre del 2003 assassinò la moglie, Maria Concetta Pitasi, 49 anni, ginecologa, durante un litigio nella loro abitazione di Palermo, in via Generale Streva. Il delitto avvenne sotto gli occhi della figlia, all’epoca sedicenne, che difese il padre sostenendo che la madre lo umiliava continuamente.
Secondo quanto ricostruito dalla polizia, la ginecologa aveva un carattere particolarmente duro e avrebbe sottoposto marito e figlia a una serie di vessazioni, ricorrendo anche, in qualche caso, alla violenza fisica.
Durante l’ennesima lite della donna con la ragazza, Di Felice, esasperato, impugnò un coltello a serramanico e sferrò due colpi alla cieca, colpendo la moglie al fianco e al torace. La figlia per proteggere il padre, lanciò l’arma del delitto da una finestra; gli investigatori recuperarono poi il coltello nel pozzo luce del palazzo.
Di Felice si consegnò subito agli agenti, ammettendo l’omicidio. Alle forze dell’ordine disse con un filo di voce: “E’ stata una liberazione”. Dopo due giorni di carcere il giudice Vincenzina Massa lo rimise in libertà in quanto “non socialmente pericoloso”.
La sentenza. Questa mattina il gup Marco Mazzeo ha condannato Di Felice a sei anni di reclusione, tre dei quali risultano coperti dall’indulto, e gli ha concesso sia le attenuanti generiche sia quelle per la provocazione subita e per il risarcimento danni (circa 20 mila euro più i beni mobili della casa coniugale versati dall’imputato alla sorella della vittima). In più c’è la diminuzione prevista dal rito abbreviato.
Il Gup riconoscendo tutte le possibili attenuanti, ha affermato implicitamente la fondatezza della tesi difensiva, secondo cui l’uomo era oggetto di vessazioni da parte della moglie. Così come lo era la figlia. Mentre il pm Francesco Bettini, pur riconoscendo le attenuanti generiche, aveva chiesto la condanna a 14 anni di reclusione.
L’ uxoricida ha scontato finora soltanto due giorni di detenzione. Ora, fanno notare i suoi difensori, Di Felice potrebbe godere anche delle misure alternative, essendo il residuo di pena (dimezzato dalla copertura dell’indulto) inferiore ai tre anni, proprio per i due giorni di carcere già scontati. E in base a questi benefici potrebbe dunque evitare il carcere.

Il Giornale
Uccise la moglie Solo 2 giorni in cella grazie all’indulto
Quattro anni fa ha accoltellato la donna. Oggi, grazie alle attenuanti e al rito abbreviato, riuscirà a non scontare la pena. La difesa della figlia: «Noi vittime di mia madre»
Ha ucciso la moglie a coltellate, sotto gli occhi della figlia sedicenne, al culmine di una lite, l’ennesima di un rapporto familiare difficile. E per questo, col rito abbreviato, adesso è stato condannato a sei anni di reclusione. Ma tra sconti, riduzioni e abbuoni vari potrebbero essere sufficienti gli unici due giorni di carcere già fatti, a livello preventivo, subito dopo l’omicidio.
È la storia di un ennesimo paradosso giudiziario quella che viene fuori dalle aule del palazzo di Giustizia di Palermo. Protagonista di questa vicenda un uomo di 57 anni, Renato Di Felice, contabile di una ditta di argenteria, reo confesso dell’uccisione della moglie, Maria Concetta Pitasi, ginecologa.
All’uomo sono stati comminati col rito abbreviato sei anni, contro i 14 richiesti dal pubblico ministero. Tre – trattandosi per di più di un incensurato, reo confesso, che ha risarcito i familiari della vittima con ventimila euro più i beni mobili presenti nella casa coniugale – sono interamente coperti dall’indulto e da attenuanti varie. Restano gli altri tre anni di reclusione.
Ed è qui che, come fanno rilevare i difensori, diventano determinanti gli unici due giorni di carcerazione preventiva subita da Di Felice all’epoca dei fatti. Essendo infatti la pena residua inferiore ai tre anni – sia pure per sole 48 ore – è possibile accedere alle misure alternative. Di conseguenza, con ogni probabilità, niente carcere.
Un delitto che fece scalpore, all’epoca – il 24 ottobre del 2003 –, quello che vede Renato Di Felice, suo malgrado, protagonista. Perché la vittima, medico, era piuttosto conosciuta; perché era maturato nella borghesia-bene della città; e perché si schierò al fianco del padre la figlia sedicenne della coppia, che confermò la versione data dall’uomo, sostenendo che la mamma vessava continuamente il marito, tormentandolo e provocandolo. Proprio la testimonianza della ragazzina finì con l’essere determinante per la scarcerazione del padre. Il Gip Vincenzina Massa, il primo giudice che ha esaminato questo delicato caso, all’epoca decise l’immediata scarcerazione dell’imputato reo confesso.
Tutti infatti descrivevano l’uomo come una persona mite, garbata. E contro la vittima c’era anche un litigio maturato in mattinata proprio con la figlia, litigio che aveva richiesto l’intervento di una volante della polizia. La situazione sembrava essere tornata alla normalità ma, nel pomeriggio di quel maledetto 24 ottobre, la tragedia era in agguato: la moglie aveva di nuovo cominciato a litigare con la figlia, Renato Di Felice era intervenuto in difesa della ragazzina, era scoppiato l’inferno e, nella foga dell’esasperazione, l’uomo aveva sferrato i colpi mortali, con un coltello a serramanico, al fianco e al torace.
«È stata una liberazione», aveva sussurrato l’uomo sotto choc, consegnandosi spontaneamente agli agenti. Le indagini avevano poi accertato che i problemi della coppia erano legati soprattutto al carattere della vittima, descritta come persona piuttosto dura e scontrosa. Di contro Renato era stato descritto da tutti come una persona mite e tranquilla. Una versione confermata anche dalla figlia, testimone del delitto. Di qui, tra le proteste dei familiari della donna, la scarcerazione dopo soli due giorni di carcere.

Papà separati – Il Messaggero
Palermo, uccise la moglie e confessò: potrebbe cavarsela con soli due giorni di prigione
Quattro anni fa uccise la moglie esasperato per le continue vessazioni che avrebbe subìto, e oggi è stato condannato a sei anni di carcere per omicidio volontario: nonostante questo, potrebbe cavarsela con soli due giorni di reclusione.
E’ accaduto a Palermo, dove Renato Di Felice, 57 anni, la mattina del 24 ottobre 2003 uccise con due coltellate la moglie, una ginecologa, Maria Concetta Pitasi, 49 anni, al culmine dell’ennesima lite all’interno della propria abitazione e alla presenza della figlia. Dopo soli due giorni di carcere l’uxoricida, che era incensurato e descritto da tutti come una persona mite, fu rimesso in libertà.
Il delitto si consumò tra le pareti domestiche di un appartamento nella zona residenziale di Palermo, sconvolgendo l’esistenza di una famiglia piccolo borghese: lui, contabile di una nota ditta di argenteria, descritto da tutti come una persona «mite e garbata»; lei, Maria Concetta Pitasi, 49 anni, medico ginecologo all’ospedale Civico di Palermo. Testimone dell’omicidio, la figlia di 16 anni, studentessa. La furia omicida del tranquillo padre di famiglia, come è stato descritto in passato dai giudici che hanno esaminato la sua posizione, esplose durante l’ennesima lite coniugale. La moglie, descritta unanimemente come una persona «scontrosa e difficile», nella tarda mattinata si era avventata sulla figlia, aggredendola con alcuni morsi, tanto da rendere necessario l’intervento degli agenti di una pattuglia della polizia chiamata da alcuni vicini di casa. All’arrivo dei poliziotti, però, la controversia sembrava essersi conclusa. Nel pomeriggio, invece, la donna ricominciò ad inveire contro la figlia. A questo punto il marito, in preda all’esasperazione, impugnò un coltello a serramanico e sferrò due colpi all’impazzata, colpendola al fianco e al torace. Il contabile e la figlia rimasero attoniti. La ragazza, in un gesto irrazionale compiuto sicuramente per proteggere il padre, lanciò l’arma del delitto da una finestra; gli investigatori recuperarono poi il coltello nel pozzo luce del palazzo. Di Felice si consegnò subito agli agenti, ammettendo di avere commesso il delitto. Agli investigatori disse con un filo di voce: «È stata una liberazione».
Il pm Francesco Bettini aveva chiesto la condanna a 14 anni di reclusione. Il Gup, anche sulla base della testimonianza della figlia della coppia, ha invece inflitto all’imputato sei anni. Ma i suoi difensori, gli avvocati Ugo Castagna e Tiziana Monterosso, fanno notare che tre anni possono essere già detratti per l’indulto, oltre a diverse attenuanti concesse dal gup per la provocazione subita. Inoltre, un’ulteriore decurtazione della pena è dovuta al rito abbreviato scelto dall’uomo che, fin dal primo momento, ha ammesso di aver ucciso la moglie. L’uomo è stato in carcere solo due giorni: per lui potrebbero restare gli unici di reclusione della sua vita.

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Per le foto si ringrazia Il Giornale di Sicilia

 

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