Luciana Biggi, 33 anni, istruttrice di fitness. Squarciata a colpi di cocci di bottiglia e lasciata morire in una pozza di sangue in un vicolo

Genova, 28 aprile 2006
Il cadavere di una giovane donna viene rinvenuto in un vicolo della movida, in una pozza di sangue.Quaranta minuti prima, le telecamere avevano ripreso Luciana Biggi in compagnia di Luca Delfino, il fidanzato. Stavano litigando.

 

 

Luca Delfino, 33 anni. Indagato e processato per l’uccisione di Luciana, viene prosciolto dall’accusa mentre si trova agli arresti per l’omicidio di un’altra ragazza, Maria Antonietta Multari.

 

 

 

 Titoli & Articoli

Corriere della Sera
Le due ragazze che amavano lo stesso killer – di Dacia Maraini
Delfino viene descritto come un ragazzo «dolce e protettivo». Così appariva alle donne quando le corteggiava. Aveva lusingato e abbagliato Luciana Biggi, l’aveva conquistata con i suoi modi di ragazzo generoso ed educato. Per poi aggredirla al primo screzio e picchiarla ferocemente. Le donne, quando si innamorano, sono prese spesso dalla smania di fare le crocerossine.
Di fronte a uomini dalla volontà malata che bevono e picchiano, si trasformano in mamme apprensive, sicure di potere redimere il cattivo ragazzo a furia di amore e di abnegazione. Purtroppo l’uomo violento, trattato come un bambino da riabilitare o salvare, diventa ancora più inquieto e alla prima occasione si rivolta furibondo a mordere la mano che vorrebbe carezzarlo. Delfino ha detto di avere amato la sua prima fidanzata e tutti gli hanno creduto. Probabilmente era anche sincero. Solo che la sua idea dell’amore è aberrante: cannibalesca, schiavistica, pronta a passare dalla carezza al pugno, dal bacio al manrovescio. Si può chiamare amore questo insieme di comportamenti egoistici e contraddittori? Purtroppo la cosa è molto diffusa e comune. E non si tratta di una innata cattiveria maschile, piuttosto di un distorto modo di vedere le cose che affonda le radici in una cultura antica e fatiscente. Per uomini innamorati alla maniera di Delfino, il sentimento verso l’altra si identifica col possesso più brutale: sei mia e io faccio di te quello che voglio. E se l’amata risponde con un gesto di indipendenza, l’amante ritiene, in termini arcaici, che quella sia una ferita inaccettabile per la sua identità di maschio, una offesa che merita la più crudele delle vendette.
Il sentimento mostruoso
Mostruoso chiamare amore un sentimento di questo genere, nutrito di odio e spirito di rappresaglia, ma poiché a suo tempo è stato accompagnato da una forma di seduzione reciproca, lui si sente legittimato a considerarlo ancora tale. Fa pensare all’affetto dispotico e crudele che alcuni proprietari di animali domestici provano per i loro cani e gatti, per cui se l’animale disobbedisce una volta, lo puniscono con una bastonata, ma se disobbedisce due volte, tre volte, si sentono in diritto di ammazzarlo. Magari con amore, come dicono per giustificarsi: «Altrimenti impara a disobbedire e dove andiamo a finire!».
Il viso che inganna
Torniamo a Luca Delfino, il ragazzo dal tratto dolce e i gesti protettivi. Sappiamo poco di come sia vissuto fino al momento in cui il suo nome è stato accostato a quello di Luciana Biggi, trovata morta sgozzata nella notte fra il 27 e il 28 aprile del 2006 in vico San Bernardo, nel centro storico di Genova. La polizia lo va a cercare sapendo che Luciana e Luca erano fidanzati. Lui, con una naturalezza molto convincente, dichiara di non sapere nulla. Ha lasciato la ragazza vicino a casa e non l’ha più vista. Si mostra dispiaciuto, anzi disperato. E partecipa, assieme a parenti e amici, alle ricerche del responsabile. La sua aria da bravo ragazzo assomiglia molto a quella del giovane Alberto Stasi che viene oggi incolpato di avere accoltellato Chiara Poggi. È cronaca di questi giorni. Quanti mariti, quanti fidanzati hanno partecipato, afflitti e addolorati, alla caccia dell’assassino della donna da loro uccisa, per non pensare che ci sia dietro un comportamento ricorrente dalla forte impronta sociale e culturale? La bella faccia innocente di Alberto Stasi ci guarda da tutti i giornali con un tale candore da insinuare dubbi anche nei più accaniti raccoglitori di indizi. Perfino la madre di Chiara ne è stata contagiata. Tanto da tenergli la mano durante il funerale. Da abbracciarlo pubblicamente più volte con triste fiducia.
Il doppio lato
La doppiezza inganna, non solo le madri e le fidanzate, ma anche gli inquisitori, la polizia, i giudici. Come fa un ragazzino dalla faccia latte e miele, i modi gentili e timidi, a trasformarsi in un assassino insensibile e senza pietà? Qualcuno ha parlato di doppia personalità. Esiste una malattia che si chiama schizofrenia: la persona è scissa in due e quasi si potrebbe dire che l’una non sappia quello che fa l’altra, o è propensa a dimenticarlo, con una tale determinazione da considerarsi innocente in tutti i sensi. Delfino ha una doppia personalità? La parola schizofrenia in greco significa mente divisa. Però la vera schizofrenia ha altri segni che la fanno riconoscere. Si parla di «disorganizzazione» del pensiero, di allucinazioni, di confusione del discorso verbale, di disordine del comportamento, come manie, ossessioni, deliri; oppure di «appiattimento» affettivo e scompiglio nelle attitudini intellettive. Prima infatti si chiamava «Dementia praecox ». Ma nel caso della doppia personalità, la parte che prevale tutti i giorni di fronte al mondo è bene organizzata, non soffre di disturbi del discorso verbale né del comportamento, non soffre di deliri, non ha tic, ossessioni visibili.
L’altra metà, quella buia, è talmente ben nascosta che diventa invisibile. L’assassino dissimula con tanta arte da incantare chiunque. È quello che succede a Luca Delfino dopo il delitto di Luciana Biggi. La polizia raccoglie molti indizi, fra cui il più palese: la registrazione di un incontro di lui con la fidanzata pochi minuti prima dell’omicidio. La telecamera stradale, nella notte fra il 27 e il 28 aprile del 2006, ha fissato le immagini di Delfino accanto a Luciana. Poi i due sono usciti dal raggio della camera. Pochi minuti dopo la ragazza viene sentita gridare e quando qualcuno accorre, non ci sono più tracce dell’assassino. Interrogato, Delfino non ha saputo spiegare come ha trascorso quel tempo.
Le ricerche e i giudici
Dopo mesi di ricerche, il capo della Mobile di Genova, Claudio Sanfilippo sostiene di avere trovato molti indizi che indicano come responsabile Luca Delfino, il quale viene segnalato come persona «altamente pericolosa ». Ma il Procuratore capo di Genova, Francesco Lalla, non è convinto. Secondo lui gli indizi non sono sufficienti per fermare Delfino, nemmeno per chiedere una misura di cautela. A questo punto non è lecito pensare che sia proprio la legge a essere manchevole? In effetti ci sono delle parlamentari che stanno cercando di fare approvare un regolamento più attento e severo verso chi minaccia e picchia la persona «amata», che oggi non può essere fermato. La legge non prevede le doppie personalità che invece, a leggere la cronaca, sembrano crescere ogni giorno. Che sia una caratteristica malsana dei nostri tempi così divisi fra apparenza ed essenza? Intanto però cosa succede? Che Luca Delfino ha incontrato un’altra ragazza: Maria Antonietta Multari di 33 anni che lavora come commessa in un negozio di abbigliamento a Sanremo. Con i suoi modi seducenti e protettivi Delfino la attira in un rapporto da subito molto intenso ed esclusivo. Saltando i tempi del fidanzamento i due vanno a vivere insieme a Ventimiglia. Ci vuole molto fascino e capacità di suscitare fiducia per convincere una ragazza determinata e integra come Maria Antonietta Multari a mettere su casa con un uomo appena conosciuto. La madre e il padre, Rosa e Rocco, sono ostili a questo amore. La madre dice di lui: «Non mi ha mai ispirato fiducia». Mentre il padre si mette a indagare e scopre che il ragazzo è sospettato di un delitto. A questo punto i genitori incalzano la figlia perché lo lasci. Ma Maria Antonietta non ne vuole sapere. Dice che è innamorata e vuole vivere con lui. Dice che Delfino con lei è affettuoso e tenero. E quando la madre le elenca gli indizi che continuano a renderlo sospetto alla polizia, lei risponde: «Lo conosco, non farebbe mai una cosa simile». La dissimulazione funziona, l’inganno procede. Anche negli interrogatori Luca Delfino non dà segni di malessere o disordine mentale. Risponde da persona seria, ragionevole, capace di sentimenti. Dimostra di distinguere il bene dal male. Nega qualsiasi coinvolgimento, e sembra credibile. Insomma Dottor Jekyll e mister Hyde erano meno separati e divisi, meno impenetrabili di questi due giovanotti che convivono nello stesso corpo senza conoscersi. Forse la differenza sta proprio in questo: che il dottor Jekyll giudicava con lucidità il suo gemello Hyde e lo temeva, pur assecondandolo e nascondendolo. Mentre queste doppie personalità che abitano le nostre città disastrate, sembrano veramente ignare dell’altro se stesso che portano con sé. Perfettamente doppi e perfettamente interi, perfettamente bugiardi e perfettamente sinceri. Ma Luca Delfino, pur bravissimo nel mostrare la faccia buona al mondo, in casa non riesce a reggere il gioco per lungo tempo. Dopo alcuni mesi di idillio, comincia a comportarsi da marito prepotente e sospettoso. Pretende che Maria Antonietta non vada più a lavorare. Ma poiché lei continua a farlo, prende a picchiarla con la scusa della gelosia: dove vai? chi vedi? con chi parli? con nessuno? non ci credo, e così via. Pirandello ha raccontato molto bene la storia della gelosia casalinga, come nasce e come monta, sino a diventare puro delirio. Anche se la donna non esce di casa, lui sospetta: «Non avrai incontrato nessuno, ma chi hai immaginato di incontrare?». Perché nella gelosia ossessiva perfino l’immaginazione, anzi soprattutto l’immaginazione, diventa colpevole.
Le domande della madre
La madre intanto scopre i lividi che la figlia porta sul corpo e prende a interrogarla. Maria Antonietta all’inizio mente, non vuole ammettere che il suo Luca, per cui ha lottato tanto, sia manesco e mentitore. Anche lei probabilmente pensa, come tante altre donne picchiate, che il suo uomo sia solo un poco troppo possessivo, che la gelosia sia segno d’amore e che gli passerà, a furia di dimostrazioni di fedeltà e amore sottomesso. Ma Delfino, anziché migliorare, peggiora. Oltre a picchiare, comincia a minacciare. A questo punto forse Maria Antonietta inizia ad avere paura. Sa che è sospettato di un delitto. E mentre prima gli aveva sempre creduto quando dichiarava che lui non c’entrava niente, adesso è presa da molti dubbi. Non riesce più a dire: «Lo conosco, non farebbe mai una cosa simile!». Forse in effetti non lo conosce per niente. La madre e il padre sono inquieti. Rosa Multari accompagna la figlia a fare una denuncia ai carabinieri un giorno che la ragazza si rifugia da lei dopo essere stata malmenata. Ma i carabinieri le dicono che non deve drammatizzare. Fra l’altro la figlia non pare convinta. E il giovane, interrogato, ha la faccia tosta di mostrare dei messaggini in cui la ragazza ha scritto ai genitori: «Siete due ignoranti, lasciatemi in pace! Sono sposata con Luca. È un uomo meraviglioso. Voglio vivere con lui». In effetti gli sms provengono dal cellulare di Maria Antonietta, ma Rosa sostiene che Delfino ha sottratto il telefonino alla ragazza per scrivere quelle parole rassicuranti. I carabinieri non danno molta importanza alla cosa. Un luogo comune molto diffuso: si ritiene che chi brontola, urla, minaccia e picchia non sia veramente capace di uccidere. Uno che si sfoga in quel modo difficile che covi progetti assassini. L’idea che l’uccisore sia un uomo astuto, razionalmente forte che prepara la sua trappola con mesi di anticipo, è condivisa da molti. È così che si presenta in quasi tutti i libri gialli che vanno per la maggiore. D’altronde se non agisse in questo modo, sarebbe troppo facile trovarlo. La sola cosa buona che riesce a Rosa Multari è quella di convincere la figlia a lasciare Delfino e cambiare casa. Ma purtroppo non basta a scoraggiare il giovane che, dopo un periodo di tregua, prende a seguirla fino a scoprire la nuova abitazione. Intanto la inonda di messaggini in cui la supplica di tornare da lui. E sembrano messaggi d’amore. I fiori al negozio Maria Antonietta però ora non si fida più. Non si tratta solo delle parole della madre che appaiono presaghe della futura tragedia, ma del comportamento di lui che diventa ogni giorno più contraddittorio e delirante: le porta dei fiori al negozio ma il giorno dopo l’aggredisce fino a strapparle a brandelli la giacca, un’altra volta le regala un ciondolo ma poi di notte scavalca il cancello della nuova casa per aspettarla al varco. Inutile che la ragazza e i genitori continuino a presentare denunce. La perfetta doppiezza del giovane convince ancora. Purtroppo però le cose ad un certo punto precipitano. Dopo un’altra aggressione e un’altra denuncia, lui grida «Te la farò pagare ». E così fa. Una mattina che Maria Antonietta esce con una amica, durante una pausa del lavoro, per andare al solarium di via Volta, Luca la insegue senza farsi vedere, poi di colpo le si para davanti e la colpisce più volte con un coltello. Maria Antonietta si difende, ma non riesce ad evitare i fendenti più furibondi, alla gola e al petto. Cade. Viene subito soccorsa da un barista. Intanto qualcuno chiama l’ambulanza che sopraggiunge dopo pochi minuti, ma quando arriva all’ospedale è già morta dissanguata. La polizia ferma il ragazzo che tiene ancora il coltello sporco di sangue in mano. Questa volta non ce l’ha fatta a sparire. Quando lo interrogano risponde: «Non è vero che sono violento, io amo le donne, le proteggo».

Parolibero
Scagionato dall’insufficienza di prove  – Luca Delfino assolto per l’omicidio di Luciana Biggi: l’indignazione sconvolge i presenti – Genitori e amici lo dichiarano colpevole. Lo stato lo assolve. Giustizia italiana o morale popolare?
Fermo, impassibile, silenzioso. Così Luca Delfino ascolta il vociare confuso che si crea intorno a lui alla lettura della sentenza: è stato assolto. Anche se il pm, Enrico Zucca, aveva chiesto 25 anni. Anche se tutti erano certi della sua colpevolezza. Anche se…
Innocente. Sulla base dell’articolo 530, secondo comma, Luca Delfino non ha commesso il fatto. La sentenza è stata letta dal presidente della Corte d’Assise di Genova, Anna Ivaldi, dopo circa 5 ore di Camera di Consiglio. Prima di far ritorno in carcere, dove deve scontare una pena a 16 anni e 8 mesi di reclusione per la morte di un’altra sua ex, Antonella Multari, l’uomo ha ringraziato il suo avvocato, Riccardo Lamonaca.
È una sentenza che fa riflettere e che ha fatto molto discutere, sicuramente molto coraggiosa. Non è stata naturalmente esente da polemiche: «Mia sorella è morta due volte. Non è giustizia questa» ha commentato subito Bruna Biggi, gemella di Luciana, «È stata una morte orribile e adesso anche iniqua. Sono allibita. Tutta la fatica di avere lottato per cinque anni non è servita a niente. È una sentenza scandalosa» ha proseguito la ragazza. Rincara la dose Federica P., amica di Luciana Biggi e della gemella Bruna, che aveva anche deposto al processo come testimone: «Non volevo vendetta, ma non ho mai avuto dubbi su di lui. Credo si meritasse una condanna». Forti critiche sono, inoltre, arrivate da Rosa Tripodi, la madre di Antonella Multari, la 32enne uccisa da Delfino nell’agosto del 2007 a Sanremo: «È l’ennesima prova che in Italia bisogna farsi giustizia con le proprie mani» ha detto la donna. «È uno schifo unico, non ho parole» ha aggiunto con la voce rotta dal pianto. «Io e mio marito, Rocco, siamo disgustati. Adesso quel mostro starà dentro qualche anno e poi, giocando a fare il bravo ragazzo, uscirà per buona condotta e sarà di nuovo libero, dopo aver spezzato la vita di mia figlia e quella di un’altra donna».
Ma perchè effettivamente questa sentenza fa così tanto discutere? Facciamo un passo indietro. Il 26 Aprile del 2006 Luciana Biggi scompare, dopo una serata passata in compagnia dell’ex fidanzato violento Luca Delfino. Due giorni dopo viene trovata sgozzata in Vico San Bernardo, un vicolo nel centro storico di Genova. Tre giorni dopo l’omicidio, il 30enne di Gorreto (Genova) Luca Delfino, viene iscritto nel registro degli indagati con l’ accusa di omicidio volontario dalla quale si è sempre difeso, proclamando la sua innocenza. Raccontò che, dopo aver lasciato Luciana Biggi in un bar, si era incamminato ubriaco e senza meta finendo a Caricamento. Ma nessuna delle telecamere presenti sul percorso lo aveva ripreso. Tornato a casa al mattino, si era fatto lavare dalla matrigna la camicia e le scarpe “perchè erano sporchi di vino”. Circostanze che certamente fanno riflettere soprattutto perchè poco tempo dopo, il 10 agosto del 2007, nel centro di Sanremo, Luca Delfino uccide con 40 coltellate Antonella Multari, la donna che aveva troncato la relazione iniziata con lui dopo la morte di Luciana Biggi.
Una domanda, a questo punto, sorge spontanea: cos’è che ha fallito stavolta? La giustizia o la coscienza popolare? Ai posteri l’ardua sentenza
di Alessia Cornali


Repubblica

L’omicidio scoperto nella notte. Il corpo abbandonato in un vicolo
La vittima aveva 36 anni. Uccisa probabilmente con una scheggia di vetro
Genova, giallo nel centro storico – Sgozzata una giovane donna

E’ stata trovata a terra in vico San Bernardo nel centro storico, in una pozza di sangue, con la gola squarciata probabilmente da un coccio di vetro, Luciana Biggi, una ragazza genovese di 36 anni, uccisa forse nel corso di un’ aggressione per rapina.
La giovane, prima di venire uccisa, ha tentato di difendersi dal suo aggressore riportando due ferite, una alla mano e l’altra sull’ avambraccio. Biggi, scomparsa da casa da due giorni, abitava con la sorella gemella e la madre a Teglia, in Valpolcevera, nel ponente cittadino. Attualmente disoccupata, svolgeva di tanto in tanto lavori come istruttrice di fitness e centralinista in alcune televisioni private.
“Stiamo cercando di ricostruire le ultime 24 ore della sua vita per trovare l’ omicida” spiega Claudio Sanfilippo, capo della squadra mobile che conduce le indagini insieme alla collega Alessandra Bucci della squadra omicidi.
Luciana, una bella ragazza alta oltre il metro e settanta, con i capelli castani e gli occhi verdi, ieri sera era vestita con un paio di jeans e una felpa nera. Non aveva con sè alcun documento, anche perchè la sua borsa è scomparsa insieme al telefono cellulare.
Ad identificarla oggi pomeriggio è stata la sorella, che si era recata in questura subito dopo aver sentito la notizia che una ragazza era stata trovata morta nel centro storico. Luciana infatti non dava notizie di sè da due giorni e non rispondeva al telefono. La gemella per prima cosa ha chiesto se quella giovane ritrovata aveva un grosso tatuaggio sulla spalla di una donna nuda alata. Avutone conferma dagli inquirenti, è scoppiata in un pianto a dirotto. A notare quel corpo senza vita sono stati, la notte scorsa, intorno alle tre, due passanti che hanno chiamato subito l’automedica del 118. Ma per Luciana non c’ era più niente da fare. Il taglio netto alla giugulare era stato fatale.
Luciana ha trovato la morte proprio nei vicoli che era solita frequentare con amici, anche occasionali ed extracomunitari, nei giorni più caldi della movida. La ragazza, definita dai conoscenti “sempre un pò sopra le righe”, beveva molto e saltuariamente assumeva cocaina o hascisc.
In questura oggi sono stati sentiti, oltre alla sorella, gli amici più intimi. L’ultimo ad averla vista viva è stato un giovane che tre sere fa l’aveva accompagnata a casa. Gli inquirenti hanno convocato anche alcuni esercenti dei bar della zona, ma nessuno ha ricordato di averla vista ieri sera nei locali.
Intanto, secondo indiscrezioni, starebbero per arrivare a Genova gli esperti di ricerca tracce (Ert), l’ equipe di polizia scientifica che è intervenuta anche alla riapertura del caso Tenco, il cantautore genovese che si tolse la vita durante il Festival di Sanremo.
Da tempo vico San Bernardo, una traversa della via omonima, centro della movida dei giovani il venerdì e il sabato sera, è diventato pericoloso per i passanti notturni. Gang di ragazzini extracomunitari minorenni spacciano infatti cocaina e spinelli e aggrediscono per rapinare. Molti bar della zona, un tempo molto frequentati anche dagli studenti stranieri dei corsi di Erasmus, hanno chiuso i battenti. Tra questi il mitico “Sergione”, il primo bar di musica reggae dei vicoli, che aveva contribuito a risanare la zona.

 

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