Giulia Galiotto, 30 anni, impiegata. Uccisa a colpi di pietra, chiusa in un sacco e gettata in un fiume dal marito

imagesSan Michele dei Mucchietti – Sassuolo  (Modena), 11 febbraio 2009
Sembravano una coppia felice, invece Giulia subiva le angherie, soprattutto morali, di Marco. Fino a quando lui l’ha uccisa, massacrandola a colpi di pietra, chiusa in un sacco e gettata in un fiume. Poi l’ha persino cercata e ha inscenato un suicidio.

 

 

marcoMarco Manzini, 35 anni. Condannato a 19 anni e 4 mesi di reclusione chiede i domiciliari

 

 

 

 

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Comunicazione di Genere
Ricordiamo Giulia Galiotto, pretendiamo giustizia
Quanto può essere pesante una data sul calendario? Oggi è l’11 febbraio. Giulia Galiotto aveva 30 anni, e l’11 febbraio del 2009 è stata assassinata a colpi di pietra da suo marito Marco Manzini.
Da quando ho letto questo post scritto da Faby e da quando ho visto la puntata di Amore Criminale dedicata alla sua storia, non riesco a non pensarla. La sua foto, come quelle delle troppe vittime di femminicidio, mi è entrata in testa e non se ne vuole andare. Un sorriso spettacolare, impossibile dimenticarla. Lei, una delle troppe donne uccise dal proprio sposo, compagno, presunto migliore amico.
Non voglio spettacolarizzare nulla, ma ci sono risposte di cui la famiglia di Giulia ha ancora bisogno. C’è bisogno, per loro e per noi, di sapere che la giustizia esiste, e che chi sbaglia paga. Perché dinnanzi a vicende come questa, e ce ne sono purtroppo davvero tante, le sfumature non esistono.
Marco l’ha attirata nel garage dei genitori, l’ha colpita ripetutamente a morte, si è cambiato, l’ha infilata in un sacco, trascinata via, ha inscenato un suicidio gettandola in un fiume, ha riutilizzato una lettera scritta da lei 4 anni prima, ha pulito minuziosamente la sua macchina.  Eppure alla condanna per omicidio non è stata accolta la premeditazione.
Non capisco. E per questo chiedo giustizia.
Giustizia per Giulia, giovane vittima dell’odio e dell’incapacità di comunicare se non attraverso un meschino atto di violenza. Uccisa perché donna, perché tollerante, perché vulnerabile. Uccisa perché moglie e in quanto tale, in un momento di difficoltà, considerata un ostacolo? Giulia voleva divorziare, stava per mettersi in salvo. Non ha fatto in tempo. Era ancora pronta ad ascoltare, a seguire il corso degli eventi.
Non si può morire così, guardando negli occhi la persona che hai sposato prenderti a sassate, aggredirti come una furia. Dinnanzi a reati di questo genere, gli organi competenti non dovrebbero mostrare tentennamenti o indecisioni.
Chiedo giustizia per chi da tre anni non può darsi pace: la famiglia Galiotto, una famiglia davvero formidabile. Penso a mamma Giovanna, dignitosa e determinata, un bellissimo modo di parlare. E alla sorella Elena, colpita così giovane da un dolore insormontabile.
E chiedo giustizia per tutte le donne vittime di violenza coniugale. Perché Giulia siamo tutte noi. E non possiamo permettere che la sua tragica, maledetta, ingiustificabile scomparsa ci lasci indifferenti.
Se non sbaglio, il 28 marzo ci sarà l’appello in corte d’Assise a Bologna. Non lasciamo che mamma, la sorella e il papà di Giulia si sentano soli in questa lotta. Facciamo sentire la nostra presenza anche a chi si sta occupando di questo caso.
In Italia succedono cose strane, sentenze inaccettabili normalizzano abominii, stupri di gruppo e femminicidi considerandoli non premeditati. Vizio parziale di mente? Ma chi vogliono prendere in giro? La violenza di genere va riconosciuta e combattuta con sentenze modello. Chi deresponsabilizza, giustifica, insabbia è complice. Mostriamo tolleranza zero e non  lasciamo che questo accada. Continuiamo a vegliare e facciamo sentire il peso della nostra attenzione.

Qui un’intervista rilasciata da Giovanna Ferrari, mamma di Giulia, a cui va tutta la nostra stima.

La Gazzetta di Modena
Il marito: così ho ucciso Giulia
Erano quasi le 16 di giovedì scorso, 12 febbraio, quando i carabinieri hanno rintracciato Marco Manzini al pronto soccorso dell’ospedale di Sassuolo, dove era andato a farsi medicare al braccio sinistro che lui stesso si era fratturato nella colluttazione con la moglie. Solo quattro ore dopo, intorno alle 20, il presunto uxoricida, di fronte alle contestazioni degli investigatori, è crollato.
 E Manzini, nell’interrogatorio, alla fine ha spiegato tutto, nei minimi dettagli, raccontando quello che era veramente accaduto la sera precedente.
Alle 20 i due coniugi si sentono per telefono e Marco, che pure in una precedente conversazione aveva invitato la moglie a cena (particolare che Giulia Galiotto aveva riferito con gioia alla sorella Elena), le comunica che non se ne fa più nulla perché deve andare in palestra. Giulia sorpresa ed irritata chiede a Marco se volesse cenare a casa o se poi mangiava qualcosa fuori. E’ stato a quel punto che Marco ha confessato a Giulia di essersi inventato la scusa della palestra per annullare la cena e che si trovava a casa dei propri genitori. «L’ho invitata a raggiungermi – ha spiegato il presunto uxoricida – per spiegarle perché le avevo mentito e perché non volevo uscire a cena con lei. Quando Giulia mi ha raggiunto nel garage, era infuriata. C’è stata una discussione che è degenerata in litigio». Marco Manzini, preso da un improvviso raptus d’ira, come lui stesso ha spiegato ai carabinieri, reagisce e raccoglie un grosso sasso, probabilmente appoggiato nel garage, forse per essere utilizzato come fermaporta. Ha spiegato di averlo afferrato con la mano destra e di avere colpito violentemente Giulia alla testa. Lei è caduta a terra e lui si è buttato su di lei e ha continuato a colpirla, tanto che nell’impeto ha colpito anche il suo stesso braccio sinistro.
 Agghiacciante quello che ha aggiunto Marco alla richiesta dei carabinieri se ricordava quante volte aveva colpito: «L’ho colpita fino a ché non ha smesso di respirare».
Marco si rende conto di aver ammazzato Giulia. Allo sconforto e allo stato di paura e rimorso che a quel punto lo assale – almeno così si giustifica lui – subentra però d’improvviso una freddezza e una lucidità a dir poco cinica.
Fa infatti scattare il piano per far passare una morte per omicidio come una morte per suicidio. Lo aveva premeditato? Lui nega e spiega che una volta tornato in sè, e compreso cosa aveva fatto, sarebbe stato sopraffatto dalla paura e quindi «ho cercato istintivamente di nascondere tutto». Prende un sacchetto della spazzatura e vi infila dentro il capo sanguinante della moglie. Tenendo in braccio il corpo di Giulia, lo infila nel bagagliaio della Seat Ibiza della donna. Prima di salire in auto si cambia gli abiti insanguinati e pulisce il pavimento del garage. Si fa meticoloso Marco in questa parte iniziale del tentativo di depistaggio. Così spiega agli investigatori di avere infilato gli abiti sporchi di sangue in un sacchetto e nell’altro anche lo straccio e il secchio usati per ripulire il pavimento. Non dimenticando l’arma del delitto, il grosso sasso.
Proseguendo nella sua “deposizione spontanea” dice di essersi messo alla guida dell’auto senza rendersi conto di dove andare, senza una meta precisa: «In quel momento l’unico mio pensiero era quello di liberarmi del cadavere».
Marco Manzini in effetti se ne libera in fretta, gettandolo nel Secchia dal manufatto in cemento alto una decina di metri. E’ nell’operazione di scarico del corpo della povera Giulia e nel tragitto dall’auto al ciglio del manufatto, che lascia dietro di sé quelle tracce che indirizzeranno le indagini verso un omicidio e non un suicidio. Mentre a braccia trasporta il corpo, cade ripetutamente e macchie di sangue restano sull’erba insieme con un orecchino che si sfila da un orecchio di Giulia. Lasciato cadere nel vuoto quel corpo senza vita, Marco raggiunge nuovamente l’auto, raccoglie il masso con il quale ha colpito la moglie e lo getta nelle acque del Secchia.
«Ho fatto tutto questo in uno stato di concitazione, tanto da non rendermi conto del percorso che facevo, credevo di essere caduto anch’io in fondo al fiume», si giustifica in un sussulto di pentimento quasi a cercare di far intendere come in quel momento avrebbe voluto essere anche lui nelle gelide acque del Secchia, accanto alla “sua” Giulia che non c’era più, perché lui stesso l’aveva colpita «fino a che non aveva smesso di respirare».
Ma dura il tempo di un flash lo stato di agitazione che lo stesso Marco Manzini descrive. Il suo diabolico piano deve continuare e lui torna freddo, lucido e determinato, tanto che in due diversi cassonetti si sbarazza del sacchetto con gli indumenti insanguinati e di strofinaccio e secchio con i quali ha pulito il pavimento del garage. E si dirige verso Sassuolo. Entra nell’autolavaggio self-service di “Panorama” e lava dentro e fuori l’auto di Giulia. Ha già pensato dove portarla: sul ciglio del dirupo dove ha gettato nel Secchia la moglie morta. Strada facendo si accorge però che sull’auto sono rimaste le scarpe di Giulia e allora sceglie un terzo cassonetto per sbarazzarsene.
Lasciata l’auto, risale a piedi fino a casa dove entra scavalcando il muro sul retro per evitare di essere visto.
Una volta in casa si toglie i vestiti insanguinati, li infila in un sacchetto di cellophane e li ripone nel bagagliaio della sua Punto. Dopo essersi lavato Marco, forse convintosi di non aver commesso alcun errore, inizia a costruirsi un alibi. Compone più volte il numero del telefonino di Giulia. Ma non è finita: cerca e trova il biglietto scritto dalla moglie quattro anni prima e nel quale, in un momento di depressione, la donna aveva manifestato tutto il suo disagio anche sentimentale. Un biglietto che avrebbe dovuto rappresentare la prova provata del suicidio di Giulia. Tanto che Marco ne usa il contenuto quando alle 23,10 contatta telefonicamente casa dei suoceri e dopo aver chiesto se la moglie era da loro, ottenuta risposta negativa, dice loro: «Ho trovato sul letto un biglietto di Giulia, sono molto preoccupato».
Scatta la ricerca della donna: i suoceri, comprensibilmente preoccupati, cercano la figlia nei locali che frequenta con gli amici, Marco a S. Michele e a Sassuolo. L’allarme viene dato anche ai carabinieri e proprio loro all’1,15 trovano l’auto della donna. Poi il suo cadavere, la scoperta che Giulia non s’è suicidata ma è stata uccisa. E i carabinieri trovano anche i tanti indizi che portano in un’unica direzione: Marco Manzini.
Il suo piano è fallito e quando gli investigatori gli chiedono di quel biglietto che non è scritto da lui, risponde che era di Giulia e che lo aveva scritto 4 anni prima, quando erano in crisi coniugale. «Ho conservato quel biglietto anche quando ci siamo riappacificati – ha detto ai carabinieri -. Io conservo tutto».

Modena 24
Pesante condanna per il sassolese che uccise la moglie a pietrate – Il successo era avvenuto nel febbraio 2009
l gip di Modena ha riconosciuto colpevole di omicidio volontario ed occultamento di cadavere Marco Manzini, il sassolese 36enne impiegato che nel febbraio del 2009 uccise la moglie a colpi di pietra. La condanna è stata di 19 anni, in primo grado, per l’omicidio Giulia Galiotto . 30Enne dipendente di un istituto bancario a Formigine. Il pm aveva chiesto 30 anni, ma non è stata accolta la premeditazione.
Roberto Ghini, avvocato di Manzini è rimasto soddisfatto a metà perché è stata esclusa la premeditazione nel delitto ma non è stata accolta la tesi della difesa che l’uomo avesse agito in uno stato di parziale vizio di mente.
Soddisfatta a metà anche la famiglia, rappresentata dal legale Elisa Vaccari, proprio per la mancata premeditazione, sostenuta dalla procura che per Manzini aveva chiesto appunto 30 anni di carcere. Inevitabile quindi il ricorso in appello.
L’uomo uccise la giovane moglie nel giardino di casa,  poi ne simulò il suicidio: gettò il cadavere nel Secchia e lasciò vicino alla riva l’auto della donna. Ma i carabinieri non impiegarono molto a scoprire la verità e Manzini alla fine raccontò tutto, dicendo però che non voleva uccidere.

 

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