Fatima Chabani, 33 anni, laureata, badante, mamma. Massacrata dal marito con 42 coltellate

fatima chabaniPadova, 26 giugno 2011
Lei voleva una vita più occidentale, così Zhraida detto Rachid, marocchino, musulmano, una vita di violenza, l’ha accoltellata, come fanno molti italiani, cattolici, invece di lapidarla come previsto dal Corano

 

 

 

imageZrhaida Hammadi, 36 anni, carpentiere. Con sacrifici immensi lui, bravo, tranquillo, lavoratore, aveva offerto alla moglie tutto ciò che poteva. Aveva anche intrecciato un’altra relazione, ma poi Fatima l’aveva raggiunto in Italia. Quando la moglie ha preso un coltello, non ci ha visto più. Ma è riuscito a centrarla lo stesso, 42 volte. Condannato a 20 anni con rito abbreviato.

 

Figli: una bambina di 5 anni, presente al momento dell’aggressione

 

 

Titoli & Articoli

Il Mattino di Padova
Fatima, giovane marocchina accoltellata e uccisa dal marito geloso – chiedeva una vita «occidentale». Arrestato Zrhaida Hammadi, 36 anni, carpentiere marocchino.
Si è sentito tradito due volte: come uomo e come marito.
Tanto è bastato a Zrhaida Hammadi, 36 anni, carpentiere marocchino, per prendere un coltello da cucina e uccidere la moglie, Fatima Chabani, 33 anni, con alcuni fendenti al collo e alla spalla, uno dei quali potrebbe averle tagliato la giugulare. La donna è stata uccisa nel soggiorno/cucina della loro casa, al piano terra di un piccolo edificio giallo di un piano, ristrutturato da poco …
L’unica «colpa» della donna, quella di aver preteso una vita diversa, più libera, occidentale, con meno precetti e con la possibilità, anche, di avere un altro uomo al suo fianco. Ma Zrhaida Hammadi, detto Rachid, questo non l’avrebbe mai accettato. Forse, ieri non aveva pensato di uccidere la moglie. Ma di darle una lezione questo sì.
Era stufo di sentirsi preso in giro, disobbedito da una donna che lui aveva deciso di sposare nel 2002. Che lui aveva deciso di portare in Italia. Alla quale lui aveva deciso di offrire una vita diversa. Con sacrifici immensi, lavorando come carpentiere in provincia di Vicenza. Invece – ha detto alla polizia – era stato ricambiato con continui litigi e ripicche: a suo modo di vedere tutto ciò suonava come un insulto. Una mancanza di rispetto.
E così, alle 18,30 di ieri pomeriggio, l’ennesimo litigio si è trasformato in tragedia: Zrhaida e Fatima hanno ricominciato a litigare, sotto gli occhi della figlia. L’ennesima zuffa, una delle tante, a sentire i vicini e chi li conosce bene. Da un po’ di tempo, qualunque motivo era valido per gettarsi addosso accuse e insulti.
Zrhaida Hammadi, stando alla prima ricostruzione degli investigatori, ha preso un coltello e si è avventato sulla propria sposa, colpendola al petto, alla spalla, alla gola, in un crescendo di urla, sangue e morte.
A chiamare il 112 è stato il vicino di casa: «C’è stato un litigio in famiglia, c’è una donna ferita a una mano», ha detto. Quando i sanitari del Suem sono arrivati Fatima Chabani era già morta. Zrhaida Hammadi era seduto. Muto. Col capo chino, in attesa del suo nuovo destino.
Sul posto sono arrivate due Volanti della questura, poi il capo della squadra Mobile il vicequestore aggiunto Marco Calì, il medico legale della polizia il dottor Massimo Puglisi e gli agenti della Scientifica di Carmine Grassi. Infine il magistrato di turno Emma Ferrero.
Zrhaida Hammadi e Fatima Chabani si erano conosciuti giovanissimi. Un’unione benedetta da entrambe le famiglie. Fra i progetti, oltre a diventare una famiglia, i due avevano anche quelli di avere un figlio e un futuro in Italia. La coppia, con figlia, si era trasferita in via Maroncelli da poco più di un anno. Anche se entrambi avevano certificato in Comune la propria residenza in quell’appartamento solo nel gennaio scorso. Prima avevano vissuto a Camposampiero. Lui, operaio, lei casalinga.
«Un tipo tranquillo, un bravo ragazzo, un gran lavoratore», sono le sole parole usate da parecchi giovani marocchini per descriverlo, arrivati ieri davanti all’abitazione radunati dal tam tam telefonico della comunità marocchina. Una comunità che si è stretta in un silenzioso dolore, refrattaria a raccontare «cose e fatti» che gli italiani probabilmente non vogliono e forse non riescono a capire.
Per lei, invece, nemmeno una parola da parte di nessuno.

Fino a tarda sera nell’edificio giallo di proprietà di un militare, la Scientifica ha raccolto gli elementi per «cristallizzare» la scena del crimine in modo da inchiodare l’uomo alle sue responsabilità. Nel frattempo il magistrato Emma Ferrero e il capo della Mobile Marco Calì hanno voluto sentire più volte Zrhaida Hammadi. Per capire come sono andate le cose. Come e per quale motivo è nata la lite, perché lui ha afferrato il coltello, come e dove l’ha colpita. L’operaio ha raccontato la sua versione. Fornendo finanche il nome del presunto amante. Nel frattempo, nella abitazione sono arrivati prima il fratello e poi la sorella di Fatima. Quest’ultima si è sentita male davanti al cancello: dopo essersi messa ad urlare, è stata calmata dagli agenti della polizia.
Per Zrhaida Hammadi, nella notte si sono spalancate le porte del carcere. Lui, così tranquillo e a modo, ha stravolto la propria esistenza a furia di fendenti. Colpi che hanno strappato alla vita una persona che ha tentato un’estrema difesa opponendo al coltello la sua mano aperta e disarmata. Colpi che solo per Zrhaida hanno un significato diverso da ciò sono: gesti di un uxoricida.
di Paolo Baron

Il Giornale
.. marocchino sgozza la moglie adultera. L’imam lo difende: “Lapidazione? E’ nel Corano”
Scoperto il tradimento, il marocchino uccide la moglie. Maher Selmi, mediatore culturale e portavoce dell’associazione che gestisce la moschea di via Anelli, non condanna:La lapidazione in quanto pena o punizione c’è nel Corano. Scoppia la polemica
Le immagini di Sakineh avevano bucato i teleschermi del Vecchio Continente. L’orrore per la decisione di condannare alla lapidazione la donna, accusata di adulterio e omicidio, aveva portato in piazza migliaia di persone per sensibilizzare il tribunale iraniano.
Oggi, la violenza del diktat coranico torna a dividere l’Italia. A scatenare la polemica è stato Maher Selmi, mediatore culturale nonché portavoce dell’associazione Rahma che a Padova gestisce la moschea di via Anelli. “La lapidazione in quanto pena o punizione c’è nel Corano – spiega Selmi all’Adnkronos – un musulmano non la può negare. Però bisogna stare attenti all’interpretazione: ci sono dei criteri per infliggerla”.
La lapidazione usata per punire le donne che tradiscono i mariti. E’ una pratica comune nei Paesi islamici. Negli ultimi anni, però, anche l’Italia è vittima di episodi di violenza: uomini che vogliono “educare” le mogli o le figlie che si stanno occidentalizzando.

Ieri, a Padova, Zrhaida Hammadi, 38enne carpentiere di origini marocchine, quando si è visto mancare di rispetto non ha saputo trattenersi e all’ennesima lite con la moglie l’ha aggredita con un coltello colpendola al collo recidendole la giugulare.
Secondo gli inquirenti, la donna, Fatima Chabani (33 anni), aveva aderito a “uno stile di vita piu occidentale” ma avrebbe minato l’onore del marito sopratutto perché avrebbe frequentato un altro uomo.
Selmi dice di non voler commentare l’omicidio, ma mette le mani avanti: “Occorre la certezza sui motivi che hanno portato al gesto e poi c’è una persona scomparsa alla quale dobbiamo rispetto”.
Le parole del mediatore culturale  fanno scoppiare un vero caso. Per la parlamentare del Pdl Souad Sbai ricorda che prima della fine del processo per Sanaa toccò a Begm Shnez essere lapidata in casa. E attacca duramente la poszione di Selmi che “si permette di elogiare la lapidazione e di riconoscere solo la legge islamica”. Per la Sbai, “questa è apologia di reato”.
Per questo, a breve il numero uno della moschea di via Anelli ne risponderà davanti ad un giudice.
“Oggi partirà infatti una lettera di denuncia al Procuratore di Padova – spiega la Sbai – per far sì che questo mediatore fai da te ed estremista venga allontanato al più presto dal ruolo”.
Aconra una volta emerge con prepotenza la necessità di maggiori controlli sulle moschee e su chi vi lavora dento. “Occorre – puntualizza la Sbai – un controllo preventivo sui mediatori culturali nonchè la previsione dell’espulsione diretta con rimpatrio immediato per chi fomenta l’odio”. Ma il mediatore non ci sta e rincara la dose: “I musulmani che vivono in Europa devono cominciare a leggere e rileggere il loro testo sacro e reinterpretarlo in modo che vada bene per la società in cui vivono”.
Sebbene ammetta che gli islamici non possono vivere in Italia nel modo in cui vivo in Marocco o in Egitto, Selmi non condanna la pratica della lapidazione per le adultere.
Anzi. “Ci sono delle condizioni che devono coesistere per l’esecuzione ossia quattro testimonianze coincidenti dell’adulterio – spiega – è chiaro che questa non è una legge fatta per punire ma per allontanare. E poi non penso che nessuna adultera andrà mai in un luogo pubblico a fare certe cose – conclude – ribadisco che non posso negare che la lapidazione c’è ma bisogna capire”.

Il Mattino di Padova
Qualche giorno prima aveva promesso al fratello della moglie, marocchino come lui: «Prima uccido lei, poi tocca a te». Promessa mantenuta, almeno in parte. È il pomeriggio del 26 giugno 2011, domenica, al piano terra di una vecchia casa in via Maroncelli 7 alle spalle de la Stanga. Fatima Chabani, 33 anni, litiga per l’ennesima volta con il marito Hammadi Zrhaida, 37 anni, violento, rissoso, il vizio dell’alcol e una gelosia cieca. A pochi passi dalla coppia c’è la figlioletta di 5 anni. Ma poco importa a quel padre che stringe fra le mani un coltello da cucina e, per ben 42 volte, infierisce sul corpo della consorte. 42 fendenti, almeno una ventina quelli “penetranti” che colpiscono l’aorta, il polmone, la trachea e la sesta vertebra cervicale in base a quanto riscontrato dal professor Massimo Montisci dell’Istituto di medicina legale. Ieri, a un anno dalla tragedia, il caso è stato definito almeno in primo grado.
Al termine di un rito abbreviato che, per legge, prevede lo sconto di un terzo della pena, il gup Mariella Fino ha inflitto 20 anni di carcere a Hammadi Zrhaida che ha ascoltato, nervoso e in silenzio, quel verdetto nell’aula al secondo piano del tribunale, prima di rientrare nel carcere di Rovigo dove è detenuto. Il magistrato ha pure ordinato il pagamento di una provvisionale immediatamente esecutiva (un anticipo del risarcimento) di 80 mila euro ai familiari della vittima, oltre alle spese, il resto sarà determinato in separata sede civile. I parenti di Fatima – tutelati dall’avvocato Andrea Frank – si erano costituiti parte civile, reclamando un milione di euro. Accolta in pieno la richiesta del pm Emma Ferrero che aveva sollecitato una condanna a 20 anni per omicidio volontario (non premeditato) aggravato dal rapporto di parentela.
Quella accanto a Hammadi era stata una vita d’inferno per Fatima, decisa a lasciare definitivamente il marito e a tornare in patria con la figlia per chiedere la separazione. Lui, infatti, era violento. E lo era forse sempre stato tanto che Fatima lo aveva denunciato nel paese d’origine, salvo poi ritirare la querela e ricomporre l’unità familiare, nonostante l’opposizione dei fratelli.
Nel 2006 la donna si era trasferita dai parenti emigrati nel Padovano e, un anno più tardi, Hammadi l’aveva raggiunta. Lei, quasi laureata, si accontentava di fare la badante per mantenere la famiglia, lui svolgeva lavori saltuari e, spesso, era attaccato alla bottiglia.
Sempre più difficile la loro convivenza, soprattutto da quando Hammadi sospettava che la moglie lo tradisse mentre lui aveva intrecciato un’altra relazione. L’uomo si sentiva offeso nell’onore. E, come esige la tradizione tribale berbera, l’onore macchiato va punito con la lama. Così è accaduto quella domenica di un anno fa secondo la ricostruzione della pubblica accusa e della parte civile. La difesa (l’avvocato Riondato) ha cercato di insistere: Hammadi si era opposto all’aggressione della moglie e, dopo averle strappato il coltello, l’avrebbe colpita. Per 42 volte. Senza mai fermarsi.
(cri.gen.)

 

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Il Gazzettino

 

 

 

 

 

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