Angela Costantino, 25 anni, mamma. Uccisa per aver tradito il marito. Il corpo non è mai stato ritrovato

angela-costantino-150x150Reggio Calabria, 16 marzo 1994
Forse Angela, mamma di quattro figli, era incinta. Ma se lo era, era perché aveva tradito il marito, un boss che era in carcere e non poteva dunque essere il padre. Per questo è stata uccisa

 Figli: 4

 

 

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Trent’anni per gli assassini di Angela Costantino. Fu uccisa per salvare l’onore di Pietro Lo Giudice

Uccisa e fatta sparire dai clan, condannati cognato e nipote

Repubblica
Tradì il marito boss mentre era detenuto – Così madre di 4 figli fu uccisa dai parenti – Operazione contro la cosca Lo Giudice a Reggio Calabria: 12 arresti e beni sequestrati per 5 milioni. Nella retata anche i tre presunti assassini di Angela Cosentino, scomparsa nel 1994.
Fu uccisa perchè tradì il marito boss mentre lui era detenuto. A distanza di 18 anni esce fuori la verità su Angela Costantino, madre di 4 figli, assassinata nel 1994 a Reggio Calabria.
La squadra mobile reggina, grazie alle rivelazioni di alcuni pentiti tra cui Maurizio Lo Giudice, fratello del boss Nino, anch’egli pentito, ha scoperto i tre presunti responsabili dell’omicidio della donna, arrestati nell’ambito dell’operazione che ha portato stamattina all’esecuzione di 12 ordinanze di custodia cautelare nell’ambito di due distinte operazioni e di un’indagine coordinata dalla procura distrettuale antimafia del capoluogo reggino.
Le accuse che hanno portato alle ordinanze di custodia cautelare in carcere sono associazione mafiosa, intestazione fittizia di beni, omicidio e occultamento di cadavere. L’operazione ha portato anche al sequestro di beni per cinque milioni di euro.
Nella retata sono finiti dunque anche i presunti responsabili dell’omicidio di Angela Costantino, il cui cadavere non è mai stato trovato. Accusati dell’omicidio sono Vincenzo Lo Giudice, 51 anni, fratello di Nino e considerato uno dei capi della cosca; il cognato Bruno Stilo (51) e il nipote Fortunato Pennestrì (38).
Angela Costantino era la moglie del pregiudicato Pietro Lo Giudice, 46 anni, figlio del boss Giuseppe e fratello di Vincenzo e considerato uno dei principali protagonisti della guerra di mafia registratasi a Reggio Calabria tra la metà degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90. Giuseppe Lo Giudice e’ stato a sua volta ucciso in un agguato nel 1990.
Secondo quanto è emerso dalle indagini, la donna, scomparsa mentre si stava recando a trovare il marito detenuto nel carcere di Palmi, fu uccisa perché avrebbe avuto una relazione extraconiugale mentre il marito era detenuto. Comportamento che avrebbe indotto i capi della cosca Lo Giudice a ordinarne l’uccisione. Due giorni dopo la scomparsa della donna, a Villa San Giovanni (Reggio Calabria), fu trovata l’automobile (una Fiat Panda) alla guida della quale la donna si stava recando da Reggio Calabria a Palmi.
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Tre arrestati per l’omicidio della donna,fra loro anche Vincenzo Lo Giudice – Angela Costantino, la verità dopo 18 anni
Reggio Calabria, svolta nell’inchiesta sulla scomparsa della donna: uccisa perchè tradiva il marito – boss
Sarebbe stata giustizia per onore, strangolata in casa per aver avuto una relazione extraconiugale mentre il marito, il boss Pietro Lo Giudice, era detenuto nel carcere di Palmi negli anni Novanta. Per aver tradito la famiglia si paga con la vita. Con la violenza ci si assicura il rispetto dove comanda la Ndrangheta. Tutto diventa più spietato e brutale, come nelle peggiori degenerazioni di antichi retaggi, quando a farlo è una donna.
E’ la storia di Angela Costantino, madre di quattro figli, scomparsa all’età di 25 anni, il 16 marzo del 1994. La sua auto, una panda, fu ritrovata a Villa San Giovanni due giorni dopo la scomparsa ma a non essere mai trovato fu il suo cadavere. La verità su questa drammatica vicenda ha cominciato a fare capolino già qualche anno fa, quando Maurizio Lo Giudice, fratello di Nino, collaborando con la giustizia, aveva chiaramente parlato di omicidio. E adesso un passo in avanti nelle attività di accertamento di una verità scomoda e perciò sepolta da 18 anni.
Una verità dolorosa. La squadra mobile reggina sabato ha, infatti, notificato, tra le dodici, anche tre ordinanze di custodia cautelare in carcere ai tre presunti responsabili dell’omicidio della donna: Vincenzo Lo Giudice, 51 anni (fratello di Nino e zio del marito della giovane), mandante ed arrestato sabato, il cognato Bruno Stilo (51) e il nipote Fortunato Pennestrì (38), rispettivamente esecutore ed altro mandante già in carcere.
Angela Costantino era la moglie del pregiudicato Pietro Lo Giudice, 46 anni, figlio del boss Giuseppe e fratello di Vincenzo e considerato uno dei principali protagonisti della guerra di mafia registratasi a Reggio Calabria tra la metà degli anni ‘80 e l’inizio degli anni ‘90. Giuseppe Lo Giudice era stato a sua volta ucciso in un agguato nel 1990 ed il figlio era detenuto a Palmi dove la giovane si stava recando il giorno in cui è scomparsa. Il giorno per il quale era stato stabilito, era stato deciso che quella presunta offesa avrebbe dovuto essere pagata con il sangue. 

La storia purtroppo ci consegna un altro dramma analogo per troppi aspetti: quello di Barbara Corvi, sposata con Roberto Lo Giudice, fratello di Pietro e dunque cognata di Angela, con due figli Salvatore e Giuseppe di 19 e 15 anni, scomparsa dopo una lite in famiglia il 26 ottobre 2009 ad Amelia, frazione di Terni, in Umbria. La famiglia non ha sue notizie da allora. Uno squarcio si era aperto quando una cartolina era stata ricevuta da Firenze alcuni giorni dopo la scomparsa. Nessuna traccia in più fino allo scorso novembre quando si ipotizzò che delle ossa ritrovate in uno bosco. Monte Morello, nella capitale toscana potessero essere le sue. Un’ipotesi smentita nello stesso dicembre dall’esame del DNA. Dunque nessuna traccia del suo corpo, nessuna indicazione da parte dei pentiti a Reggio Calabra che hanno parlato solo della cognata Angela. Il destino di Barbara è ancora avvolto nel mistero. Un altro volto drammatico della Ndrangheta, che vede vittima una donna e carnefice il clan reggino dei Lo Giudice, nell’applicazione di un codice perverso che si arroga il termine di onore laddove di onorevole non v’è proprio nulla.

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