Sanaa Dafani, 18 anni. Uccisa a coltellate dal padre

sanaa-dafani-omicidio-pordenone-250Montereale Valcellina (Pordenone), 15 settembre 2009
Sanaa voleva solo vivere ed essere felice, e lo era da quando era andata a vivere insieme a Massimo. Ma quella non era la sua vita: la vita di Sanaa apparteneva a suo padre, che se l’è ripresa per i capelli.

 

 

ansa_16751908_00510El Kataoui Dafani, 45 anni, aiuto cuoco. Condannato all’ergastolo nel primo processo in cui il Ministero delle Pari Opportunità si costituisce parte civile

 

 

 

Titoli & Articoli

Corriere della Sera
L’uomo fermato mentre faceva sparire le tracce di sangue
Ama un italiano, Sanaa uccisa dal padre –  la diciottenne di origine marocchina sgozzata in un bosco. La Lega: «Un altro caso Hina»
È stata accoltella­ta dal padre mentre si trovava in auto con il fidanzato. La ra­gazza, una 18enne di origine marocchina, è morta dissan­guata in un boschetto di Monte­reale Valcellina, in provincia di Pordenone, dove cercava di sfuggire alla furia del genitore. Una tragedia dietro alla quale potrebbero esserci anche dei motivi religiosi.
La vittima si chiama Sanaa Dafani e da quattro-cinque me­si stava con Massimo De Bia­sio, 31 anni. El Katawi Dafani, il padre, un aiuto cuoco di 45 anni che lavora a Pordenone, di quella relazione non ne vole­va neppure sentir parlare.
Poco prima delle 19 di ieri ha sorpre­so i due giovani in automobile nella frazione Grizzo di Monte­reale Valcellina.
Stavano andan­do alla «Spia», il ristorante di cui De Biasio è socio e dove lei lavorava come cameriera. Si è avvicinato all’Audi con un col­tello in mano. La figlia è schiz­zata fuori, ha tentato di scappa­re ma uno dei fendenti le ha re­ciso la gola. Il ragazzo si è salva­to: non è in gravi condizioni ed è stato lui a lanciare l’allarme.
Alcuni amici della coppia rac­contano che la differenza di età, 13 anni, non era l’unico motivo per il quale l’uomo non voleva accettare il fidanzamen­to. Quell’italiano cattolico dove­va stare lontano da una ragazza musulmana. Per questo li ave­va minacciati più volte e, nel­l’ultimo periodo, la situazione si era fatta sempre più tesa. Saana si era trasferita da Massimo solo da qualche setti­mana.
Quando ieri sera i carabi­nieri della compagnia di Sacile hanno fermato El Katawi, l’uo­mo si stava cambiando, cercan­do di far sparire le tracce di san­gue di sua figlia. Il sindaco di Azzano Decimo, il leghista En­zo Bortolotti, si dice sdegnato: «Un altro caso Hina che dimo­stra l’impossibilità di integra­zione con la cultura islamica».
di
F. Cut.

Repubblica
Resterà in carcere l’aiuto cuoco marocchino che ha ucciso la figlia 18enne innamorata di un italiano
Col giudice tace, si lascia sfuggire solo una frase. La difesa forse chiederà la perizia psichiatrica il padre omicida ammette “Era una settimana che ci provavo”
Il fidanzato: “Era rantolante a terra e lui le ha spaccato una bottiglia in testa”
La madre di un’amica: “Le avevo inviato un sms per avvertirla del pericolo”
“Era una settimana che ci provavo”. Il padre di Sanaa resta in carcere ma con il giudice non parla. Si lascia sfuggire solo quella frase con il maresciallo che gli mette le manette ai polsi. A Montereale Valcellina, vicino Pordenone, martedì sera ha ucciso con una coltellata la figlia diciottenne perché si era innamorata di un italiano.
Non sopportava che la sua “piccola” Sanaa fosse scappata di casa per vivere con un uomo più grande di lei e neppure musulmano.
Il giudice ha convalidato il fermo di El Ketawi Dafani, aiuto cuoco marocchino di 45 anni, trattenuto in carcere con l’aggravante di aver “agito con sevizie e crudeltà”, una formula che non gli permetterà di ottenere sconti di pena. Forse la difesa chiederà la perizia psichiatrica ma finora l’avvocato non ha deciso.
Domani a Pordenone la cerimonia funebre. Sarà l’imam della città friulana, Mohamed Ouatik, a lavare la salma come prevede la tradizione musulmana. La sepoltura a Ramat, in Marocco, “seguendo scrupolosamente il precetto – ha spiegato l’imam – che prevede che il defunto sia rivolto verso la Mecca”.
Il fidanzato di Sanaa è ancora in ospedale: si è ferito alle mani nel tentativo di bloccare il coltello puntato alla gola della ragazza. “L’aveva già colpita – ricorda Massimo De Biasio, 31 anni – Sanaa rantolava, ma non gli è bastato. E’ tornato verso la sua auto, ha preso una bottiglia e gliel’ha rotta sulla testa”.
Erano sulla macchina quella sera Massimo e Sanaa. Andavano al ristorante Monte Spia di Montereale Valcellina, di cui Massimo è socio e dove Sanaa lavorava come cameriera. “L’ha trascinata fuori tirandola per i capelli. Voleva farla salire sulla sua auto – ha raccontato Massimo agli inquirenti – Poi ha preso il coltello e ci ha inseguito per il boschetto che c’è lì vicino. Io sono scivolato; lui mi è passato accanto, ha raggiunto la figlia e l’ha colpita al collo”. “Ho cercato di strappargli il coltello – ha proseguito il fidanzato di Sanaa – ho preso la lama con le mani e mi sono ferito, ma non c’è stato scampo. Quando la mia ragazza era già a terra agonizzante, l’ha colpita con una bottiglia sulla testa”.
La scelta della figlia di andare a vivere con un italiano lo tormentava da mesi. Tornava a casa dal lavoro a ora tarda, e taceva, anche con la moglie. Restava a camminare in silenzio su e giù per la cucina, o andava al “Roxy bar” a farsi una birra, sempre disperatamente solo, a ruminare la sua ossessione.
La moglie l’ha perdonato: “Forse è stata Sanaa che ha sbagliato”, dice Fatna, 39 anni, da otto in Italia. Hijab rosa stretta attorno al mento, sigillata nell’abito della tradizione, Fatna parla in arabo: “Perdono mio martio, non per ciò che ha fatto, ma perché è il padre dei miei figli“. Dice di non aver intuito il gesto del marito, e lo giustifica: “Dormiva poco, restava sveglio fino alle 4 di mattina; era sempre arrabbiato, non mangiava e fumava sempre”.
“Per il padre – dice Donatella Franceschetto, madre di un’amica di Saana – oggi provo solo pietà. Mi aveva chiesto di convincere Sanaa a tornare a casa. ‘Dille che faremo finta di nulla’, aveva promesso, convinto che la ragazza fosse andata a vivere con una coetanea e che lavorasse in fabbrica. Sanaa non mi ha ascoltata. Voleva una vita diversa e, finalmente, con Massimo era felice”.
Tuttavia Donatella aveva avvisato Saana del pericolo che correva, inviandole un sms poche ore prima del delitto: “Non andare a lavorare stasera – le aveva scritto – Chiuditi in casa. Non parlare con nessuno. Tuo padre ti sta cercando e sa che non abiti con un’amica, ma convivi con un uomo. Ha scoperto tutto”.

Il Giornale
Omicidio Sanaa, uccisa perchè amava un italiano L’ergastolo per il padre
Il 15 settembre El Kataoui Dafani uccise la figlia perché aveva una relazione con un italiano. Oggi la condanna massima dopo il rito abbreviato. Il fidanzato della ragazza: “L’ergastolo non è sufficiente”
È stato condannato all’ergastolo El Kataoui Dafani, che il 15 settembre 2009 uccise ad Azzano decimo (Pordenone) la figlia Sanaa, di 18 anni. Il processo si è svolto oggi con rito abbreviato davanti al Gup di Pordenone, Patrizia Botteri.
L’immigrato marocchino era accusato di omicidio volontario aggravato da vincoli di parentela e di lesioni gravi ai danni del fidanzato di Sanaa, Massimo de Biasio, di 32 anni.
Sanaa venne sgozzata dal padre con un grosso coltello da cucina che aveva acquistato poco prima del delitto.
Mantovano: “Riaffermati diritti fondamentali”  Secondo il sottosegretario all’Interno Alfredo Mantovano “la condanna non vale certamente a far tornare in vita una ragazza sgozzata in nome di una male intesa giurisdizione domestica violenta esercitata in nome di un altrettanto male inteso condizionamento religioso”. “Serve invece a riaffermare il principio che in Italia nessuna lesione ai diritti fondamentali, e quello alla vita è il primo di essi, può conoscere tolleranza o comprensione, neanche parziali.
Tale riaffermazione deve avvenire quotidianamente sia nell’azione del governo centrale e dei governi del territorio (il lavoro del Comitato per l’Islam italiano al Ministero dell’Interno va in tale direzione) sia – conclude Mantovano – nella risposta giudiziaria contro inaccettabili soprusi”.
Fidanzato: “Non è sufficiente” “L’ergastolo non è sufficiente”:
sono le prime parole di Massimo De Biasio, fidanzato di Sanaa Dafani, dopo la sentenza del Gup di Pordenone che ha condannato il padre della giovane, El Kataoui, all’ ergastolo.
Circa il risarcimento danni, il giudice ha riconosciuto la cifra simbolica di un euro per la Provincia di Pordenone, la Regione Friuli Venezia Giulia e l’Associazione delle donne marocchine in Italia, mentre ha stabilito in 50 mila euro la provvisionale in favore di De Biasio, rimettendo a un’eventuale causa civile la cifra da erogare in favore del Ministero delle Pari Opportunità.
Per la presidente dell’Associazione donne marocchine, on. Souad Sbai «la sentenza di oggi ha dato un pò di vita a tutte quelle donne che vivono l’inferno in questo Paese, finalmente ha dato loro una speranza».
Il legale dell’imputato, Leone Bellio, ha annunciato ricorso in appello considerando la sentenza troppo dura rispetto al reato commesso e alla circostanza di aver scelto il rito abbreviato, che dà diritto allo sconto di un terzo della pena.
Carfagna: “Ergastolo è giusto” “Chi ostacola l’integrazione di una giovane o un giovane immigrato non compie un reato qualunque, ma attenta ai valori della nostra democrazia. Una democrazia che riconosce pari diritti e dignità agli uomini e alle donne, che non ammette alcuna forma di sopraffazione o violenza”. Così il Ministro per le Pari Opportunità, Mara Carfagna, commenta la severa condanna inflitta a El Kataoui Dafani dal Tribunale di Pordenone, che l’ha condannato all’ergastolo per l’omicidio della giovane figlia di 18 anni. “La sentenza contro il padre di Sanaa è storica perch‚ sancisce questo principio e, infatti, ha riconosciuto un risarcimento simbolico al Ministro per le Pari Opportunità che, per la prima volta, si era costituito parte civile nel processo – aggiunge – La pena, severa, è giusta. Da oggi è chiaro a tutti che non è ammesso alcun relativismo culturale agli occhi della legge, che è uguale per tutti, ed esiste a tutela di tutti. Le istituzioni stanno in maniera netta dalla parte delle vittime e un processo come quello che si è appena concluso dimostra che le giovani immigrate si possono fidare del nostro Paese, devono denunciare i loro aguzzini e riprendersi la libertà che qui viene loro riconosciuta”, conclude Carfagna.

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